Modifiche a "Patto di ritorno sociale: ogni euro pubblico deve creare valore per la collettività"
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Quando lo Stato utilizza denaro pubblico per sostenere un'impresa, quel denaro non dovrebbe produrre soltanto un vantaggio economico per l'azienda, ma anche un beneficio concreto e verificabile per la collettività.
Per questo propongo l'introduzione di un Patto di ritorno sociale per le imprese che ricevono contributi pubblici rilevanti, incentivi, finanziamenti agevolati o fondi europei.
Il principio è semplice:
se un'impresa riceve un importante aiuto pubblico, deve dichiarare in anticipo quali risultati concreti produrrà in cambio per la comunità, lavoratori, territorio e ambiente.
Non si tratta di penalizzare le imprese né di aumentare la burocrazia, ma di utilizzare meglio le risorse pubbliche e premiare chi realmente contribuisce al benessere del Paese.
Come funzionerebbe
Per esempio per gli incentivi pubblici superiori a una determinata cifra , l'impresa dovrebbe dichiarare alcuni obiettivi chiari e misurabili che è obbligata a raggiungere in un tot di anni.
Gli obiettivi potrebbero riguardare, ad esempio:
mantenimento o aumento dei posti di lavoro;
trasformazione di contratti precari in contratti più stabili;
investimenti nella formazione dei lavoratori;
miglioramento della sicurezza sul lavoro;
riduzione dell'impatto ambientale;
aumento degli investimenti produttivi sul territorio;
miglioramento delle condizioni lavorative.
Ogni impresa non dovrebbe necessariamente rispettare tutti questi criteri: gli obiettivi sarebbero scelti in base al tipo di investimento pubblico ricevuto e al settore interessato.
Dopo un periodo prestabilito, ad esempio tre o cinque anni, verrebbero verificati i risultati.
Se gli impegni sono stati rispettati, l'impresa mantiene integralmente il beneficio ricevuto.
Se gli obiettivi vengono raggiunti solo parzialmente, una parte dell'incentivo può essere restituita.
In caso di grave mancato rispetto degli impegni, salvo cause indipendenti dalla volontà dell'impresa, può essere prevista la restituzione di una quota maggiore del finanziamento.
I controlli dovrebbero utilizzare il più possibile dati già disponibili presso la pubblica amministrazione, INPS, INAIL e Agenzia delle Entrate, evitando di creare nuovi adempimenti inutili.
Un esempio semplice
Immaginiamo un'azienda che vuole costruire un nuovo stabilimento e riceve 5 milioni di euro di incentivi pubblici.
Oggi lo Stato concede l'incentivo principalmente perché ritiene quell'investimento utile all'economia.
Con il Patto di ritorno sociale, prima di ricevere il contributo l'impresa sottoscrive alcuni impegni concreti.
Per esempio:
“Grazie a questi 5 milioni manterremo lo stabilimento in Italia per almeno cinque anni, creeremo 100 nuovi posti di lavoro, formeremo 200 lavoratori e ridurremo del 20% i consumi energetici dello stabilimento.”
Dopo alcuni anni lo Stato verifica.
Se l'azienda ha realmente creato i 100 posti di lavoro, effettuato la formazione e realizzato gli investimenti promessi, il patto è rispettato.
Se invece incassa i 5 milioni, crea soltanto 10 posti di lavoro e dopo poco tempo riduce l'attività senza una valida motivazione, una parte dei soldi pubblici deve essere restituita.
Il concetto è quindi molto semplice:
i cittadini aiutano l'impresa attraverso le proprie tasse e l'impresa restituisce quel sostegno producendo lavoro, investimenti, sicurezza, innovazione o benefici ambientali.
I vantaggi di questa proposta sarebbero notevoli perché comunque ogni anno lo Stato utilizza miliardi di euro attraverso incentivi, agevolazioni fiscali e contributi alle imprese.
Fin'ora Il problema non è stato soltanto decidere quanto spendere, ma verificare cosa produce realmente quella spesa.
Con il Patto di ritorno sociale il denaro pubblico non diventerebbe più soltanto un contributo concesso a un'impresa, ma uno strumento per raggiungere obiettivi economici e sociali verificabili.
In questo modo sarebbe possibile:
utilizzare meglio il denaro pubblico;
premiare le imprese virtuose;
aumentare l'occupazione stabile;
favorire investimenti produttivi sul territorio;
contrastare comportamenti opportunistici;
migliorare la sicurezza e la qualità del lavoro;
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collegare concretamente gli incentivi pubblici al benessere collettivo.
La mia idea non richiede necessariamente la creazione di nuovi grandi fondi pubblici.
Si applica soprattutto alle risorse che lo Stato già destina alle imprese.
L'obiettivo è quindi spendere meglio, non semplicemente spendere di più.
Le aziende serie, che rispettano gli impegni presi, non avrebbero nulla da temere.
Al contrario, potrebbero essere maggiormente valorizzate e avere una corsia preferenziale nell'accesso futuro agli incentivi pubblici.
Secondo me se vogliamo davvero costruire un'economia del benessere, dobbiamo iniziare a misurare non soltanto quanto cresce l'economia, ma come quella crescita migliora concretamente la vita delle persone.
Titolo (Italiano)
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