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BENI COMUNI
Stefano Rodotà è stato la figura più importante nell’elaborazione giuridica e politica del concetto di beni comuni: ha spostato il tema dei beni comuni dal terreno puramente ideale a quello del diritto costituzionale e dell’ordinamento pubblico. È sua la definizione di beni comuni come “le cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona”.
Dalla proprietà del bene alla sua funzione sociale: un bene è comune non perché appartiene allo Stato, ma perché è indispensabile per i diritti, la dignità e la vita collettiva.
Alcuni beni devono essere protetti perché essenziali per la vita delle persone e delle generazioni future. Questi beni non possono essere trattati esclusivamente secondo logiche di mercato o di profitto, ma vanno affidati alla responsabilità collettiva.
Rispetto a questo non arriviamo impreparati: la storia politica che abbiamo alle spalle, su molti grandi temi del nostro tempo, ci ha visti stare dalla parte giusta, quando abbiamo difeso l’acqua pubblica e sostenuto il referendum contro la privatizzazione dei servizi essenziali o nelle battaglie contro il ritorno al nucleare e contro il consumo di suolo, la devastazione ambientale e la dipendenza energetica dai combustibili fossili.
La pandemia ha fatto emergere le storture e le conseguenze devastanti di un sistema che sacrifica i beni comuni alla logica del profitto e della privatizzazione.
La crisi climatica, le crisi energetiche e sociali, le guerre, ci ricordano che la pace, la salute, l’ambiente, il welfare e la sicurezza sociale non sono concetti astratti, ma condizioni materiali della vita collettiva.
Dunque, oggi parlare di beni comuni non significa evocare una formula nostalgica, ma discutere di come vogliamo ripensare la società.
Il nostro compito deve essere quello di ricostruire una cultura politica e sociale dei beni comuni, tradurre questi principi in scelte concrete, partecipazione democratica e governo del territorio, perché non restino una definizione teorica, ma diventino il criterio con cui ripensiamo lo sviluppo, la qualità della vita, il ruolo delle istituzioni e perfino l’idea stessa di comunità.
Ma in parte lo stiamo già facendo.
Beni comuni sono l’ambiente, la salute e il futuro delle generazioni. L’aria, l’acqua, il clima, gli ecosistemi, la salute pubblica non possono essere subordinati alle logiche del profitto.
La battaglia contro l’inceneritore di Roma, ad esempio, non è solo la contestazione di un impianto, ma il rifiuto di un modello che continua a consumare, bruciare e scaricare i costi ambientali e sanitari sulle comunità. Noi rivendichiamo invece un modello fondato sulla riduzione dei rifiuti, sul riuso, sull’economia circolare, sulla sostenibilità e sulla tutela delle generazioni future.
E Beni comuni sono gli spazi pubblici, i servizi, il patrimonio urbano, i luoghi collettivi delle città.
Per questo la vicenda degli ex Mercati Generali di Roma non riguarda soltanto un progetto edilizio, ma l’idea stessa di città, perché una grande area pubblica nel cuore di Roma non può essere trattata come una operazione immobiliare, ma deve rispondere prima di tutto a bisogni collettivi, sociali, culturali e ambientali.
Il diritto alla città è un bene comune e i cittadini devono poter partecipare alle trasformazioni urbane che incidono sulla loro qualità di vita.
Ma Beni comuni sono anche la vivibilità dei territori e la sicurezza sociale
Su questo c’è un lavoro da fare: abbiamo bisogno di ridefinire anche il concetto di sicurezza.
Per la destra sicurezza è controllo e repressione. Per noi una società è insicura se manca il lavoro dignitoso, se gli affitti divorano gli stipendi, se i trasporti non funzionano, se una persona anziana resta sola, se un ragazzo è costretto ad andare via dalla propria città perché non può più permettersela.
La vera sicurezza è invece il benessere sociale: una sanità pubblica accessibile, il diritto all’abitare, alla scuola, ai trasporti pubblici, agli spazi verdi, alla cultura. È poter vivere una città senza esserne espulsi, evitando la desertificazione delle città, la rottura delle reti sociali…
Respingiamo l’idea che il valore di una città coincide con la sua capacità di attrarre investimenti, turismo e rendita immobiliare, perché le città trasformate in piattaforme economiche diventano città invivibili. Quando ogni spazio viene piegato al profitto, i quartieri si svuotano dei residenti e le città diventano parchi divertimento o centri commerciali permanenti.
Per questo una forza ecologista e di sinistra deve avere il coraggio di dire che esistono limiti: al consumo di suolo, alla speculazione, alla privatizzazione degli spazi urbani.
E che sono beni comuni anche il diritto al riposo, all’abitare, al silenzio, a spazi non asserviti esclusivamente al consumo.
Infine, Beni comuni sono le soggettività collettive, le associazioni, i comitati, le reti civiche, le esperienze mutualistiche, le vertenze territoriali e lavorative, le professionalità, le comunità che difendono un pezzo di città, una scuola, un consultorio, un diritto.
Queste realtà producono conoscenza, solidarietà, partecipazione democratica e tengono insieme pezzi di società che altrimenti verrebbero lasciati soli. Non sono interlocutori occasionali, ma una vera infrastruttura democratica del Paese.
E per costruire un’alternativa di governo credibile, non possiamo limitarci a rappresentare queste energie, ma dobbiamo metterle in condizioni di contribuire davvero alle scelte politiche e occorre puntare alle esperienze di governo non come mera governance o gestione, ma come progettazione condivisa delle trasformazioni.
Oggi avviamo un percorso per la costruzione collettiva di un’idea di futuro: facciamo in modo che sia un percorso vero, orizzontale, capace di ricostruire legami collettivi e di avviare, finalmente, una vera trasformazione della società.
Titolo (Italiano)
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