Modifiche a "Per una governance globale democratica: città, territori e Sud del mondo come nuovi protagonisti"
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Il sistema internazionale attuale è in crisi strutturale. Le istituzioni multilaterali faticano a rispondere alle grandi sfide del nostro tempo- crisi climatica, disuguaglianze globali, migrazioni, sicurezza alimentare- perché costruite su logiche di potere che escludono la maggioranza della popolazione mondiale dai processi decisionali. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU è paralizzato dal diritto di veto di cinque potenze, retaggio del 1945. Le istituzioni finanziarie internazionali, FMI e Banca Mondiale, continuano a riflettere rapporti di forza coloniali. I trattati internazionali, quando vengono faticosamente negoziati, restano inapplicati perché nessuno Stato vuole più vincolarsi a obblighi cogenti. Di fronte a questo blocco, proporrei una strategia su tre assi complementari: dare più voce al Sud globale, superare parzialmente il sistema pattizio attraverso reti transnazionali di attori sub-statali, e riconoscere città e regioni come soggetti attivi del diritto e della politica internazionale.
La richiesta di una riforma democratica delle istituzioni internazionali proviene sempre più forte dai paesi del Sud globale. Nelle ultime sessioni dell'Assemblea Generale dell'ONU, dall'Unione Africana ai forum del G77, la posizione è chiara: le regole dell'ordine internazionale sono state scritte senza di noi e spesso contro di noi. Occorre sistenere: La riforma del Consiglio di Sicurezza ONU, con l'eliminazione o la limitazione del diritto di veto e l'ampliamento della rappresentanza a favore di Africa, Asia e America Latina, seguendo le proposte già avanzate dall'UA nel cosiddetto "Consenso di Ezulwini"; Il rafforzamento dell'Assemblea Generale come organo deliberativo reale, con poteri vincolanti su questioni di interesse globale (clima, debito, salute pubblica), superando il suo attuale ruolo meramente consultivo. La revisione dei sistemi di voto e di quota nel FMI e nella Banca Mondiale, per rispecchiare i pesi demografici ed economici reali del mondo contemporaneo. Il sostegno attivo alla proposta di un tribunale internazionale sul debito sovrano, che permetta ai paesi del Sud di negoziare ristrutturazioni in condizioni eque, sottraendosi alla giurisdizione esclusiva dei creditori del Nord. Il sistema dei trattati è in crisi non perché l'idea sia sbagliata, ma perché i governi centrali sono sempre più riluttanti ad assumere obblighi giuridici vincolanti. Il risultato è un'inflazione di dichiarazioni di intenti e una deflazione di impegni effettivi: dall'Accordo di Parigi alla Convenzione sulla biodiversità, la distanza tra firma e attuazione è abissale. La risposta non è abbandonare il diritto internazionale, ma integrarlo con strumenti complementari: Rafforzamento degli strumenti di soft law con meccanismi di monitoraggio indipendente e conseguenze reputazionali concrete per gli inadempienti. Sviluppo di framework normativi settoriali (clima, salute, tassazione multinazionali) negoziati in sedi tecniche con partecipazione di attori non statali, inclusi movimenti sociali e rappresentanze di città. Sostegno a forme di cooperazione transnazionale diretta tra attori sub-statali, che possono implementare standard internazionali anche in assenza di adesione dello Stato centrale, come già avviene nel campo climatico, dei diritti umani e delle politiche migratorie.
Le città non sono un'invenzione recente della politica internazionale: sono state i suoi attori originari. Come dimostra la ricerca storica di Anastasiia Havrysh (Copernicus Journal of Political Studies, 2020), le città sono state protagoniste del sistema internazionale ben prima degli stati nazionali. La loro marginalizzazione è un fenomeno relativamente recente, consolidatosi con la rivoluzione industriale e la formazione degli stati-nazione. Oggi la globalizzazione ha invertito questa traiettoria: le città sono tornate a essere nodi fondamentali dell'economia, della politica e della cultura mondiale. Taylor e Derudder (World City Network, 2016) mostrano come le città globali siano i veri agenti delle reti economiche internazionali; Chadwick Alger (The UN System and Cities in Global Governance, 2014) arriva a sostenere che le relazioni internazionali possono leggersi come relazioni tra città. Il punto politicamente più rilevante -sviluppato da Yishai Blank (The city and the World, International Legal Personality 2010) e sistematizzato nel recente Research Handbook on International Law and Cities (2021) curato da Helmut Philipp Aust- è che le città hanno già cominciato ad agire come soggetti del diritto internazionale, implementando nei propri ordinamenti norme internazionali che i governi centrali ignorano o rifiutano. Ad esempio: Dopo il ritiro degli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi nel 2017, oltre 400 città americane hanno dichiarato autonomamente di voler rispettare gli obiettivi climatici dell'accordo. Numerose città europee hanno adottato politiche di accoglienza e protezione dei migranti in contrasto con le politiche restrittive dei governi nazionali. Reti transnazionali come ICLEI, C40 Cities e United Cities and Local Governments (UCLG) operano già come interlocutori formali in sede ONU, in particolare nell'ambito di UN-Habitat. Misure da proporre sono perciò: il riconoscimento formale delle città e delle regioni metropolitane come soggetti consultivi permanenti nell'Assemblea Generale ONU, sul modello del ruolo già svolto dalle ONG nello status di osservatore; sostegno alla proposta di una Camera delle Città e delle Regioni in sede ONU, che affianchi l'Assemblea Generale come organo rappresentativo degli enti territoriali sub-statali. In sede europea, rafforzamento del Comitato delle Regioni con poteri propositivi vincolanti sulle politiche di coesione, clima e migrazione. A livello nazionale, promozione di accordi di cooperazione diretta tra regioni, città e omologhi enti del Sud globale su clima, acqua, mobilità sostenibile, con risorse proprie e non subordinate all'approvazione federale caso per caso. Sostegno alla piena partecipazione di UCLG e C40 ai negoziati climatici COP come parti negoziali, non semplici osservatori. Se i governi centrali rifiutano di firmare accordi o di applicare convenzioni internazionali, le realtà territoriali — città, regioni metropolitane, cantoni — possono e devono farlo. Questo non è un atto di ribellione all'ordine statale, ma la prosecuzione di una tradizione profonda: le città hanno sempre preceduto gli stati nella costruzione delle norme che regolano la convivenza. Questa proposta non è semplicemente tecnico-giuridica: è una scelta di campo. Scegliere le città e il Sud globale come protagonisti della governance internazionale significa scegliere la democrazia contro l'oligarchia degli stati potenti, la prossimità contro la lontananza delle istituzioni, la concretezza dell'azione locale contro l'immobilismo della diplomazia tradizionale.
Titolo (Italiano)
- +Per una governance globale democratica: città, territori e Sud del mondo come nuovi protagonisti