Modifiche a "𝐏𝐞𝐫 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨, 𝐮𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚"
Corpo del testo (Italiano)
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Negli ultimi anni AVS ha dedicato attenzione crescente all’università e alla ricerca: dottorandi, precarietà dei giovani ricercatori, enti pubblici, CNR, governo Meloni e riforma Bernini.
È una linea giusta. Ma non basta una posizione difensiva. Non è sufficiente chiedere più fondi, salari migliori e maggiori tutele, pur essendo battaglie indispensabili. Serve una proposta complessiva sul rapporto tra Stato, università e ricerca.
La ricerca è una funzione strategica della Repubblica. Non riguarda solo le scienze dure, ma anche le scienze umane, sociali, economiche, giuridiche e storiche, senza le quali un Paese perde capacità critica, consapevolezza democratica e profondità culturale.
Il punto di partenza è chiaro: lo Stato non deve dirigere politicamente la ricerca, stabilire quale teoria sia valida o sostituirsi alle comunità scientifiche. La libertà della scienza è un principio costituzionale e deve restare intoccabile. Ma diventa vuota se chi fa ricerca è povero, precario, isolato, costretto a produrre in fretta pubblicazioni frammentarie per sopravvivere accademicamente.
Il principio deve essere: più Stato nelle condizioni materiali della ricerca, più libertà nei contenuti scientifici. Lo Stato deve finanziare, stabilizzare, garantire diritti, rendere trasparenti i criteri di valutazione e impedire che la libertà accademica venga svuotata da mercato, scarsità di risorse e competizione permanente.
RIPENSARE I PERCORSI UNIVERSITARI: OLTRE LA RETORICA DEL 3+2
Una riforma seria deve affrontare l’organizzazione dei percorsi universitari. Il bilancio della riforma Berlinguer e del sistema “3+2” è chiaroscurale. L’obiettivo era accorciare i tempi di ingresso nel mercato del lavoro, ma in molti ambiti non è stato raggiunto.
La laurea triennale, soprattutto in diversi settori umanistici, sociali ed economici, è spesso percepita come un titolo debole: non garantisce sempre padronanza disciplinare né uno sbocco professionale adeguato.
Il problema non è identico in tutte le discipline. Serve una revisione differenziata: verificare dove il 3+2 funziona e dove produce frammentazione. In molti percorsi, il vecchio ordinamento quadriennale garantiva una formazione più organica. Oggi la separazione tra triennale e magistrale, la personalizzazione dei piani di studio e la moltiplicazione degli esami rischiano di indebolire la continuità del sapere.
Va affrontato anche il tema delle tesi. La tesi dovrebbe essere un momento alto di maturazione intellettuale; in molti casi quella triennale è invece diventata un adempimento burocratico, poco utile per lo studente e gravoso per docenti e ricercatori.
Per questo proponiamo, almeno in alcune aree, percorsi unitari quadriennali o magistrali a ciclo unico, superamento della doppia tesi obbligatoria e maggiore coerenza dell’offerta formativa.
RIPORTARE I CFU ALLA LORO FUNZIONE ORIGINARIA
I CFU non sono in sé negativi: servono a garantire comparabilità, mobilità e riconoscibilità dei percorsi. Il problema è l’uso distorto che se ne è fatto.
I crediti sono diventati troppo spesso il criterio centrale del percorso universitario. Lo studente non sceglie più solo in base alla qualità o coerenza degli insegnamenti, ma in funzione di un calcolo quantitativo. Anche l’offerta didattica tende così a frammentarsi.
La formazione universitaria va sottratta alla logica puramente aritmetica: i CFU devono tornare a essere uno strumento tecnico, non il principio ordinatore del sapere.
CONTRO LA DERIVA QUANTITATIVA DELLA RICERCA
Il secondo grande nodo riguarda la ricerca. Negli ultimi decenni si è affermata una logica distorsiva: il “pubblica o muori”.
Ricercatrici e ricercatori, soprattutto all’inizio della carriera, sono spinti a produrre più pubblicazioni possibile. Non sempre contano qualità, originalità o profondità; spesso contano quantità, collocazione editoriale e spendibilità concorsuale.
Questa logica incentiva studi brevi, iper-specialistici e frammentari, penalizzando grandi ricerche organiche, lavori lunghi, monografie, edizioni critiche, archivi, banche dati e progetti interdisciplinari: tutto ciò che richiede tempo.
La conseguenza è culturale prima ancora che amministrativa: si forma una generazione di studiosi costretta a pensare per micro-prodotti, non per grandi problemi. Il rischio è l’impoverimento della qualità stessa della ricerca.
Serve una riforma dei criteri pubblici di valutazione: meno centralità al numero delle pubblicazioni, meno automatismi bibliometrici, meno culto della sede editoriale; più attenzione a contenuto, qualità argomentativa, solidità metodologica e rilevanza scientifica e culturale.
PEER REVIEW: NON CONTROLLO POLITICO, MA TRASPARENZA E RESPONSABILITÀ
La peer review resta centrale, ma non è un meccanismo neutro e perfetto. Il double-blind ha limiti evidenti: tempi lunghi, opacità nella scelta dei revisori, possibile inadeguatezza delle competenze, criteri soggettivi mascherati da oggettività, lavoro gratuito e invisibile.
La politica non deve decidere come le riviste valutano gli articoli. Può però promuovere un dibattito pubblico e intervenire sulle condizioni del sistema, soprattutto quando sono coinvolti fondi pubblici o riconoscimenti istituzionali.
Una proposta possibile è istituire un fondo nazionale per la qualità della revisione scientifica, destinato a riviste e piattaforme che rispettino criteri di trasparenza, indipendenza editoriale, pluralismo disciplinare e qualità procedurale. Il fondo potrebbe finanziare compensi minimi per i revisori, formazione alla peer review, tempi certi di valutazione, regole sui conflitti di interesse e tracciabilità dell’eventuale uso dell’intelligenza artificiale.
Il criterio di accesso non deve coincidere meccanicamente con le classificazioni ANVUR o con le riviste di fascia A. Bisogna evitare che il finanziamento pubblico rafforzi le gerarchie esistenti. Lo scopo non è interferire con la selezione scientifica, ma rendere più serio e trasparente il lavoro di revisione.
DOTTORATO E POSTDOC: NON SCARICARE LA RICERCA FUORI DALL’UNIVERSITÀ
È giusto valorizzare i dottori di ricerca anche fuori dall’università. Ma questa esigenza non può diventare il pretesto per espellere dall’accademia persone altamente formate.
Il dottorato non deve essere una sala d’attesa povera e incerta. Va riconosciuto come lavoro scientifico qualificato, con borse dignitose, diritti sociali, tutele piene, riduzione del lavoro gratuito e percorsi chiari.
La fine della stagione espansiva del PNRR renderà evidente il problema: molti dottorandi avranno bisogno di sbocchi reali. Per questo i contratti postdoc e di ricerca devono essere finanziati in modo strutturale. Possono essere più tutelanti degli assegni, ma solo con risorse adeguate.
Serve un percorso leggibile: dottorato, postdoc, contratti di ricerca, accesso al ruolo. Non una giungla di figure temporanee, ma un cursus honorum chiaro, con diritti, limiti al precariato e programmazione pluriennale del reclutamento.
CONTRO LA RIFORMA BERNINI: BASTA FIGURE PRECARIE E CAOS NORMATIVO
Il punto più critico della riforma Bernini è la moltiplicazione confusa di figure precarie. Invece di semplificare il percorso di ingresso nella ricerca, si introducono nuovi strumenti che rischiano di allungare l’attesa e indebolire i giovani studiosi.
Le borse per studenti magistrali e dottorandi, se usate come cuscinetti a basso costo, rischiano di diventare forme di proletarizzazione della ricerca: strumenti utili agli atenei per trattenere giovani promettenti senza offrire loro un vero contratto.
Anche la figura del professore aggiunto appare problematica: una figura fuori fase rispetto al percorso accademico ordinario, potenzialmente chiamata dagli organi di governo degli atenei senza un reale processo di selezione scientifica comparabile a quello richiesto ai ricercatori.
La sinistra deve opporre a questa confusione una proposta semplice: meno figure, più diritti; meno eccezioni, più percorsi certi; meno precarietà, più reclutamento stabile.
PIÙ FONDI, MA ANCHE UNA NUOVA IDEA DI RICERCA PUBBLICA
Nessuna riforma è credibile senza un aumento strutturale dei fondi destinati a università, ricerca ed enti pubblici. Ma le risorse devono essere accompagnate da un cambio di modello.
La ricerca non può essere pensata come competizione individuale permanente. Deve tornare a essere un’infrastruttura pubblica del Paese. Questo significa investire in personale stabile, biblioteche, laboratori, archivi, open access, personale tecnico-amministrativo, piattaforme pubbliche di pubblicazione, sostegno alle riviste indipendenti e non profit.
La conoscenza prodotta con risorse pubbliche deve essere il più possibile accessibile pubblicamente. Non è accettabile che lo Stato finanzi la ricerca e che poi università e cittadini debbano pagare nuovamente per accedere ai suoi risultati.
CONCLUSIONE
Una proposta di sinistra sul rapporto tra Stato e ricerca deve evitare due errori: il dirigismo politico e l’abbandono al mercato.
Lo Stato non deve comandare la scienza. Deve garantire le condizioni perché la scienza sia davvero libera: fondi, tempo, diritti, trasparenza, stabilità, pluralismo disciplinare.
Difendere la ricerca significa difendere chi la fa. Significa sottrarre dottorandi e giovani studiosi alla precarietà permanente. Significa riformare una valutazione ossessionata dai numeri, ripensare percorsi universitari frammentati, rendere la peer review più seria senza trasformarla in controllo politico, investire nella conoscenza come bene pubblico.
La libertà della ricerca non nasce dalla solitudine competitiva, né dalla retorica del merito usata per giustificare la scarsità. Nasce da istituzioni giuste, lavoro stabile, finanziamento pubblico e democrazia della conoscenza.
Titolo (Italiano)
- +𝐏𝐞𝐫 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨, 𝐮𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚