Modifiche a "Alzare lo statuto dei dialetti a lingue minoritarie"
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L’Italia è diversità e questa diversità è presente nel nostro patrimonio culturale. Una macchia di una politica fascista, però, ci attanaglia ancora: la ricerca di appiattire la diversità e renderci tutti uguali. Da allora i dialetti sono stigmatizzati, chi li parla è considerato un rozzo. La cultura locale è limitata a qualche sagra, a scuola si parla solo dello “splendore italico”.
Eppure non è ovunque così: un esempio è la Norvegia, dove la lingua ufficiale è solo scritta e il dialetto viene parlato in qualsiasi luogo e istituzione, anche nei telegiornali e a scuola. Si è mai sentito parlare di una Norvegia che perde unità nazionale perché abbraccia le sue diversità? No, anzi semmai è il contrario.
Linguisticamente non c’è alcuna differenza fra dialetti e lingue, se non per questioni di standardizzazioni storiche che hanno fatto sì che le lingue abbiano sviluppato un codice scritto e delle grammatiche. Sardo e friulano sono esempi di lingue locali che, però, hanno visto riconosciuto il loro statuto di lingua minoritaria e correntemente sono protette da politiche linguistiche che mirano alla loro salvaguardia e al loro insegnamento. Perché gli altri dialetti italiani dovrebbero essere lasciati a morire? Cosa ci guadagnerebbe l’Italia da una scomparsa della propria cultura?
In molti paesi il dialetto è già solo un ricordo dei più anziani, se non si interviene ora non si può intervenire mai più.
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