Dottorato senza ricatto - Contratto nazionale di avvio alla ricerca
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Sono Domenico Colella, studente di Storia a Napoli, che vorrebbe in futuro fare ricerca.
Vorrei proporre ad AVS una misura seria, concreta e politicamente riconoscibile per l’università e la ricerca: l’istituzione di un Contratto nazionale di avvio alla ricerca per dottorandi e giovani ricercatori nei primi anni dopo il dottorato.
Il punto di partenza è semplice: oggi molti giovani che vorrebbero vivere di ricerca sono costretti a scegliere tra precarietà, emigrazione, dipendenza personale dai singoli docenti o abbandono del percorso accademico. Il dottorato viene ancora troppo spesso trattato come una borsa di formazione, quando in realtà è già lavoro di ricerca: produce articoli, didattica, dati, progetti, innovazione, conoscenza pubblica.
La proposta è trasformare il dottorato e la fase immediatamente successiva in un vero percorso di lavoro pubblico della conoscenza, con diritti, tutele e autonomia.
Il Contratto nazionale di avvio alla ricerca dovrebbe prevedere:
Retribuzione dignitosa per tutti i dottorandi, con una soglia minima nazionale adeguata al costo della vita, contributi pieni, malattia, maternità e paternità, ferie, assicurazione e accesso agli ammortizzatori sociali alla fine del contratto.
Budget individuale di ricerca, destinato a convegni, periodi all’estero, libri, banche dati, strumenti di lavoro e pubblicazioni, così da non rendere il giovane ricercatore dipendente dalla disponibilità discrezionale del singolo docente o dipartimento.
Portabilità del finanziamento. Questa è la parte più importante e innovativa: il finanziamento deve seguire il giovane ricercatore, non il professore. Se il rapporto con il tutor si rompe, se emergono abusi, blocchi arbitrari, mobbing accademico o impossibilità di proseguire il progetto, il dottorando deve poter trasferire il proprio contratto a un altro gruppo di ricerca accreditato, con una procedura rapida e valutata da una commissione terza. Questo ridurrebbe concretamente il potere ricattatorio e feudale che ancora esiste in troppe università.
Anno-ponte dopo il dottorato, finanziato pubblicamente e assegnato tramite valutazione trasparente, per permettere a chi conclude positivamente il percorso di trasformare la tesi in pubblicazioni, progetti, brevetti aperti, dataset, policy paper, strumenti didattici o applicazioni utili alla collettività. Lo Stato investe per formare ricercatori: non ha senso abbandonarli proprio nel momento in cui diventano produttivi.
Missioni pubbliche di ricerca, collegando una quota dei contratti ai grandi problemi sociali e ambientali del Paese: crisi climatica, dissesto idrogeologico, sanità territoriale, povertà educativa, lavoro povero, transizione energetica, tutela del patrimonio culturale, intelligenza artificiale pubblica, Mezzogiorno e aree interne.
Regole anti-baronato, con criteri di selezione pubblici prima dei bandi, commissioni con membri esterni, limiti chiari allo sfruttamento didattico dei dottorandi, divieto di lavoro gratuito strutturale, valutazione anonima dei corsi di dottorato e un garante nazionale indipendente contro abusi, ritorsioni e comportamenti arbitrari.
Questa proposta non è una richiesta corporativa. È una riforma democratica dell’università. Significa dire che la ricerca è lavoro, che il sapere è un bene pubblico e che chi sceglie di dedicare anni alla produzione di conoscenza non deve essere condannato alla povertà, alla dipendenza personale o all’emigrazione.
AVS potrebbe farne una proposta identitaria: non solo più fondi alla ricerca, ma più libertà per chi fa ricerca.
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