Non autosufficienza: dal dovere privato ha diritto universale.
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DOCUMENTO PROGRAMMATICO PER LA PIATTAFORMA DECIDIAMO!
Alleanza Verdi e Sinistra
Contributo dal territorio del Friuli Venezia Giulia
Non autosufficienza: dalla cura come dovere privato al diritto pubblico universale
Una proposta dal Friuli Venezia Giulia per il programma di Alleanza Verdi e Sinistra
Premessa politica
Una società si misura da come tratta chi non ha voce contrattuale. In Italia, dopo decenni di tagli al welfare, di esternalizzazione del lavoro di cura sulle famiglie e in particolare sulle donne, e di cessione progressiva dei diritti sociali alla logica del mercato, la non autosufficienza resta uno dei nodi più gravi della questione democratica. È il punto in cui si decide se la Costituzione, agli articoli 2, 3, 32 e 38, trova ancora attuazione concreta o se viene di fatto sospesa per la fascia più fragile della popolazione.
Il presente documento nasce come contributo al percorso pubblico Decidiamo!, lanciato il 9 maggio 2026 a Roma da Alleanza Verdi e Sinistra, e si propone come tassello di una piattaforma programmatica che tenga insieme giustizia sociale, giustizia climatica e democrazia partecipata. Lo scriviamo dal Friuli Venezia Giulia, regione di confine e laboratorio anticipato della transizione demografica nazionale, che mostra in anticipo le contraddizioni di un modello di welfare ridotto a sistema di emergenza e residualità.
La tesi politica è la seguente: la cura non è un costo, è un'infrastruttura democratica ed ecologica. Investire nella non autosufficienza significa scegliere un modello fondato su solidarietà strutturale, redistribuzione del reddito e conversione ecologica del welfare, contro la deriva neoliberista che riduce la cura a merce e il caregiver, quasi sempre donna e spesso migrante, a manodopera invisibile. Significa portare al centro del programma di AVS un capitolo di cura universale come parte integrante della transizione giusta. Dove non c'è cura universale, l'eguaglianza sostanziale dell'articolo 3 resta lettera morta.
1. Il Friuli Venezia Giulia: laboratorio anticipato della crisi demografica
Il Friuli Venezia Giulia è regione sentinella della transizione demografica nazionale. Secondo i dati ISTAT al 1 gennaio 2025, conta 1.193.284 abitanti. Gli over 65 sono il 27,5 per cento (circa 328.000 persone), gli over 80 oltre 112.000, gli ultraottantacinquenni 57.562, pari al 4,8 per cento del totale. L'indice di vecchiaia è 252,9, l'età media 48,7 anni; Trieste è la provincia più anziana d'Italia con 49,4 anni. Le proiezioni ISTAT al 2080 stimano una perdita di circa 200.000 abitanti.
La Regione stima oggi in circa 36.000 le persone non autosufficienti residenti. Le liste d'attesa nelle case di riposo restituiscono la dimensione della crisi: a Pordenone Casa Serena registra 425 persone in attesa per 259 posti, la Casa Anziani Umberto Primo 363 per 110, Cordenons 356 per 113. In totale, circa 2.000 anziani in lista d'attesa per una struttura residenziale a livello regionale.
Sul fronte domiciliare i numeri certificano un sistema sotto pressione: 6.700 persone seguite dall'assistenza domiciliare sociale, 34.597 anziani presi in carico dall'ADI, 9.100 beneficiari del Fondo Autonomia Possibile (FAP), che nel 2025 ha visto stanziamenti per 49 milioni di euro, in crescita del 45 per cento rispetto al 2018. Cifre rispettabili, ma manifestamente insufficienti rispetto alla platea reale del bisogno.
L'assessore regionale Riccardi nel settembre 2025 ha riconosciuto che nei prossimi venticinque anni gli over 65 in Friuli Venezia Giulia aumenteranno del 235 per cento e gli over 85 del 70: un'emergenza strutturale che impone una svolta sistemica. Il Friuli Venezia Giulia non è eccezione, è il futuro prossimo dell'Italia. Quello che qui si decide oggi vale come anticipazione nazionale, ed è precisamente per questa ragione che il contributo di una regione periferica può e deve interpellare la coalizione progressista a livello nazionale.
2. Il Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze e la cronica insufficienza di risorse
Il Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze, istituito dalla legge 296/2006 e reso strutturale dalla legge 208/2015, è oggi lo strumento economico principale del sistema. Ha visto una crescita progressiva: dai 400 milioni del 2016 ai 982 del 2025, 934 nel 2026 e 1 miliardo e 108 milioni previsti per il 2027. Per il triennio 2025-2027 si arriva a poco più di tre miliardi complessivi.
Il Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027 (DPCM marzo 2026) introduce un doppio binario: una quota vincolata per anziani e progetti di vita indipendente (250 milioni annui per i LEPS, di cui 50 milioni per il personale dei PUA, più 14,64 milioni per la vita indipendente) e una quota indistinta che nel 2026 ammonta a 620 milioni e nel 2027 a 794, programmata unitariamente dalle Regioni in attesa che il Piano per gli over 70 del CIPA sia recepito.
Il limite politico è netto: la Commissione tecnica riconosce che i criteri di riparto non sono ancorati ai fabbisogni standard per Ambito Territoriale Sociale, perpetuando diseguaglianze territoriali strutturali. Il fondo non è coordinato con il Fondo Nazionale Politiche Sociali, il Fondo Povertà e il Fondo Dopo di Noi, né raccordato con il Sistema di Garanzia dei LEPS introdotto dalla legge di bilancio 2026.
CGIL e SPI parlano con chiarezza di Piano in ritardo e di risorse insufficienti. La cifra del 2027 è impietosa rispetto alle reali esigenze: la Spagna spende lo 0,9 per cento del PIL in long-term care, l'Italia lo 0,5, meno della metà. Una coalizione progressista deve dirlo: senza un salto quantitativo nelle risorse, qualsiasi riforma rischia di restare cosmetica.
3. La riforma incompiuta: legge delega 33/2023 e D.Lgs. 29/2024
La legge delega 23 marzo 2023 numero 33, vincolata agli obiettivi del PNRR Missione 5 Componente 2, ha promesso una riforma strutturale dell'assistenza agli anziani non autosufficienti: definizione unitaria della condizione, Sistema Nazionale per la popolazione anziana (SNAA), Punti Unici di Accesso nelle Case della Comunità, valutazione multidimensionale, prestazione universale.
Il decreto legislativo 29 del 15 marzo 2024, corretto dal D.Lgs. 93/2025, ha ampiamente disatteso gli obiettivi della delega. Le critiche convergono da Patto per un Nuovo Welfare, CGIL, ANCI e Commissioni Affari Sociali di Camera e Senato. I rilievi sono tre: oltre venti rinvii a futuri provvedimenti, che svuotano la cogenza della riforma; assenza di finanziamenti aggiuntivi dedicati, con la riforma risolta in un travaso di risorse esistenti; e una cosiddetta prestazione universale di fatto selettiva, riservata ai casi di bisogno gravissimo, con criteri così stringenti da ridurre drasticamente la platea. Più che universale, è residuale.
Nel 2022 l'Italia è stata formalmente censurata dall'ONU per la violazione degli obblighi della Convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilità: una sentenza politica e morale che il governo Meloni non ha mai voluto raccogliere e che la nostra alleanza è chiamata a rimettere al centro del proprio mandato programmatico.
4. Il caregiver familiare: la grande questione sospesa
Secondo l'ISTAT i caregiver familiari in Italia sono oltre 7 milioni, in maggioranza donne (circa il 70 per cento), spesso costrette ad abbandonare il lavoro retribuito. Si stima che fino a 8,5 milioni di persone svolgano cura non riconosciuta: è il pilastro non contabilizzato del welfare italiano, sostenuto sulle spalle delle donne e prelevato dalle loro pensioni future.
Il 12 gennaio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge sul riconoscimento e la tutela del caregiver familiare. Le misure comprendono il riconoscimento formale presso l'INPS, l'inserimento obbligatorio del caregiver nel Progetto di vita e nel Piano Assistenziale Individualizzato e un contributo fino a 400 euro mensili, ma solo per il caregiver convivente prevalente con almeno 91 ore settimanali di cura, oltre 13 ore al giorno per sette giorni. Dotazione complessiva: circa 257 milioni.
La critica progressista è chiara: non è una misura universalistica, ma una soglia di sopravvivenza per le sole famiglie in povertà estrema. Un caregiver, soprattutto se donna, che si dedica per 91 ore alla settimana alla cura non sta facendo un lavoro, ne sta facendo due. Non riconoscere previdenzialmente questa attività significa codificare per legge la povertà di vecchiaia delle donne italiane. È esattamente il contrario di quanto AVS propone in materia di lavoro: salario minimo, riduzione dell'orario a parità di salario, fine della precarietà strutturale.
5. Le criticità strutturali del modello attuale
Il primo è la frammentazione istituzionale e la diseguaglianza territoriale. Le competenze sono divise tra Stato, Regioni, ASL, ATS, Comuni; i diritti cambiano radicalmente in base alla residenza. Il Mezzogiorno paga un dazio storico: il riparto del FNA non è ancorato ai fabbisogni standard e quindi non sana le disuguaglianze, le riproduce.
Il secondo è la privatizzazione strisciante. Crescono i posti letto convenzionati e privati, mentre la rete pubblica arretra. Le rette in molte strutture private superano i 2.500 euro mensili: di fatto un censo all'assistenza, che esclude le famiglie a reddito medio-basso e produce segregazione di classe del fine vita.
Il terzo è il carico sproporzionato sulle famiglie e il patriarcato del welfare. Il sistema poggia sull'assunto implicito che la cura sia funzione femminile gratuita: la composizione di genere del lavoro di cura non remunerato è il calco speculare della povertà di vecchiaia.
Il quarto è il lavoro di cura sommerso e la vulnerabilità migrante. Centinaia di migliaia di assistenti familiari, in larga parte donne migranti, lavorano in condizioni di semi-clandestinità o irregolarità contrattuale. La nuova legge sui caregiver non le include: una rimozione politica esplicita che il programma di AVS non può accettare.
Il quinto è la logica residuale e burocratica. L'accesso ai servizi è struttura
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