Verità bene comune: democratizzare l’informazione e proteggere il servizio pubblico.
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Sono passati quasi ventidue anni dall’approvazione della Legge Gasparri, l’ultima volta in cui il Parlamento ha messo concretamente mano al sistema della telecomunicazione e dell’informazione di questo paese. Le cose, inutile sottolinearlo, sono peggiorate vertiginosamente negli ultimi vent’anni, al punto che non è un eufenismo parlare di un vero e proprio cartello dell’informazione.
Sei gruppi editoriali (Caltagirone, Romeo, Angelucci, GEDI/Ex gruppo l’Espresso, Cairo, Monti) controllano tutte le principali testate giornalistiche italiane, compresi alcuni tra i più importanti quotidiani locali (Il Giorno e il Resto del Carlino in mano a Monti con tutto il gruppo del QN, Il Mattino di Napoli e il Manifesto di Roma a Caltagirone, La Stampa feudo degli Agnelli). La situazione, nelle trasmissioni radiotelevisive, è ancora peggiore, con i primi 9 canali distinguibili in 3 in mano a una RAI che ormai è lecito definire lottizzata e pilotata dalla maggioranza, 3 in mano al gruppo Fininvest, uno in mano al gruppo Cairo e gli altri due rispettivamente di Comcast (gruppo Sky) e Skydance (Paramount, in America fedelissimi di Trump attualmente in guerra con le redazioni dei telegiornali). La condizione, tuttavia, è tale che sebbene ormai sia universalmente riconosciuto che, con l’avvento dell’informazione digitale, radiotelevisione e testate cartacee stiano vivendo una costante riduzione del loro ruolo, sono (anche online) ancora le principali fonti di informazione, e l’inquietante influenza che il governo esercita nei confronti del dibattito grazie al controllo diretto del servizio pubblico e alle amicizie non occulte di buona parte degli editori nominati (lo stesso Angelucci è senatore per la Lega) è ampliamente dimostrato, specialmente in questa fase politica. Ciò è dovuto, sostanzialmente, all’ovvio vantaggio di tipo economico che i media tradizionali hanno nei confronti dei new media, vantaggio che si manifesta sia nella qualità delle produzioni che nella stessa qualità e numerosità delle redazioni e, di conseguenza, nella qualità dei prodotti.
Per quanto non sia di impellente necessità come altre delle riforme che abbiamo da discutere (lavoro e infrastrutture su tutto), è evidente che l’azione di una qualunque forza politica riformatrice viene minata irrimediabilmente da quello che è a tutti gli effetti un cartello dell’informazione, che condiziona irrimediabilmente il dibattito pubblico e quindi l’azione sia politica che di governo. Ritengo quindi che sia necessario discutere interventi quali:
una riforma della legislazione antitrust per scorporare completamente il cartello sopracitato, riforma di cui si discute a partire dal 1994, quando questo conflitto d’interessi evidente è stato messo in evidenza dalla candidatura di B.;
una riforma della legislazione in materia di servizio pubblico per chiudere definitivamente l’epoca di ignobile lottizzazione della RAI, atto che anche se non definibile così legalmente è, moralmente, nei fatti, utilizzo improprio del bene pubblico;
revisione del sistema dei finanziamenti pubblici alle testate indipendenti, vincolando i finanziamenti a una linea di imparzialità politica e quantomeno di integrità giornalistica;
approvazione di norme più stringenti per permettere il distacco quanto più totale possibile tra la politica e l’informazione, chiudendo nei fatti alle spalle un periodo tristissimo della storia di questo paese.
Sono perfettamente conscio del fatto che una riforma del genere comporterà la necessità di un dibattito molto approfondito e che sappia chiudere molti dei nodi lasciati in sospeso dalla Discesa in campo di B., e proprio per questo confido nella buona volontà e nell’aiuto dei Compagni nello stabilire quale è il corso da seguire per proteggere quello che è un bene comune per definizione: la verità.
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