Verso una città eco-femminista: una città inclusiva, che sposi giustizia sociale e giustizia ambientale
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Ci siamo chieste: come vivono le donne la città? Quali sono le loro priorità?
Così abbiamo scoperto che alcune amministrazioni di città italiane come Roma e Bologna, sulla scia di modelli europei anche molto avanzati, hanno cominciato a porsi la questione del rapporto tra spazio urbano e genere, attraverso la raccolta e l’analisi di dati per definire e adottare una sorta di “linee guida per una pianificazione urbanistica in un’ottica di genere e di sostenibilità ambientale”.
Si tratta di un’iniziativa che si inserisce in un dibattito pubblico crescente sul tema dell’ecofemminismo e dall’affermarsi di pratiche e riflessioni femministe intorno alla città.
Perché le città in cui viviamo siano state pensate e costruite per rafforzare una divisione dei ruoli di genere in cui lo spazio pubblico è connotato come maschile, e lo spazio privato come femminile. Occorre quindi un ribaltamento di paradigma dove la città degli uomini, ossia la città pensata per la produzione, lasci il posto a una città con al centro la vita quotidiana e la cura.
La città femminista è una città pensata per tenere insieme i tempi della produzione, la riproduzione, il tempo per sé e il tempo “comunitario” dedicato alla socialità e alla partecipazione che passa dal ripensamento della cura come una responsabilità sociale condivisa e non come un destino e priorità delle donne.
La città eco-femminista è un modello urbano capace di coniugare i temi di giustizia sociale e giustizia ambientale, riprogetta gli spazi di vita a partire dai bisogni di cura, inclusione e sostenibilità profonda. Una prospettiva che mette al centro i corpi di chiunque viva la città, inclusi bambini, anziani e persone con mobilità ridotta. E’ una città dove i trasporti vengono riprogettati partendo dai bisogni e dai tempi delle persone e dell'ambiente, mettendo al centro la cura, la sicurezza e l'accessibilità.
La sicurezza urbana, in questa prospettiva, non coincide soltanto con il controllo dello spazio pubblico, ma con la possibilità per tutte e tutti - e in particolare per donne e persone più vulnerabili - di muoversi e vivere la città in autonomia. Illuminazione adeguata, percorsi pedonali continui e accessibili, trasporto pubblico sicuro anche nelle ore serali, spazi visibili e frequentati e servizi di prossimità diventano quindi elementi essenziali di una progettazione urbana attenta al genere e alla cura.
La città verso cui vorremmo andare, promuove modelli come la città dei 15 minuti, dove i servizi essenziali, le scuole e le aree verdi sono facilmente raggiungibili a piedi o con mezzi sostenibili.
Ma una città inclusiva deve essere anche una città in cui il diritto all'abitare sia effettivamente garantito. L'accesso a una casa dignitosa, sicura e a prezzi accessibili è una condizione fondamentale di autonomia, soprattutto per le donne, i giovani, le famiglie a basso reddito, le persone anziane e chi vive situazioni di fragilità. Le politiche per l'abitare dovrebbero quindi essere integrate con quelle urbanistiche, sociali, ambientali e della mobilità, evitando che la riqualificazione e la transizione ecologica producano espulsione degli abitanti e nuove disuguaglianze.
In questa chiave, edilizia sociale e accessibile, recupero del patrimonio pubblico e degli immobili vuoti, rigenerazione dei quartieri e contrasto alla povertà energetica sono parte della stessa idea di città eco-femminista: una città che tutela il diritto a restare nei propri quartieri e rende la qualità urbana e ambientale accessibile a tutte e tutti, non soltanto a chi può permettersela.
Una città in cui la natura è un elemento fondamentale, capace di integrare la biodiversità e la vita vegetale all'interno del tessuto urbano per migliorare la qualità di vita e contrastare la crisi climatica.
La città eco-femminista tiene in grande conto gli spazi della socialità e della cura: privilegia la luoghi d'incontro accessibili e diffusi (come panchine, aree verdi e spazi comunitari) che favoriscono la relazione e il benessere collettivo, che nella città che vorremmo deve prevalere sulla sola logica del profitto.
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