Avere 50 anni non fa curriculim.

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Ho 53 anni e parlo per esperienza diretta. Nel corso della mia attività professionale ho affrontato le sfide dei rapidi cambiamenti tecnologici e della trasformazione del mercato del lavoro, dal "posto fisso" all'attuale lavoro fluido. Da oltre un decennio ho capito di essere “troppo giovane per ritirarmi e troppo vecchio per ricominciare” e ho scelto di lavorare come libero professionista, con le difficoltà che ciò comporta.

Spesso controllo gli annunci per la mia professione e vedo che le offerte privilegiano contratti di apprendistato o formule che favoriscono l’ingresso dei giovani — cosa giusta e necessaria. Quello che trovo però preoccupante è l'abuso che alcune aziende fanno di queste formule per ottenere manodopera a basso costo, con il rischio di danneggiare anche i giovani che dovrebbero essere tutelati.

Non mi lamento né voglio alimentare uno scontro generazionale, ma vorrei porre una domanda: in un contesto in cui chiudono fabbriche e l’intelligenza artificiale sta già cambiando il mondo del lavoro, perché nei dibattiti politici e sindacali non si parla anche di persone come me? Siamo forse troppo pochi, o per dignità finiamo nelle percentuali degli "inattivi"? In un Paese con una natalità in forte calo, casi come il mio probabilmente aumenteranno. Vorrei che quando si discute dell’emergenza occupazionale si tenesse conto anche di questa realtà.

Non sono un politico o un tecnico, ma posso dire che in un mercato come quello del lavoro favorire solo una fascia d'età con sgravi e agevolazioni alimenta in un certo senso una concorrenza sleale nei confronti di persone come me. Bisognerebbe bilanciare questo in qualche modo prima che sia troppo tardi.

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