NO AL RIARMO: tra Fondi Safe, accordo FREYJA e obbligo NATO di spesa al 5% del PIL siamo sicuri di avere come AVS una strategia di difesa del welfare?
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Il Governo italiano si è affrettato a sottoscrivere l'accordo NATO (raggiunto al vertice dell'Aia) che prevede il 5% del PIL destinato alle spese militari entro il 2035. C'è da dire che l'Italia è in buona compagnia di ben 31 paesi aderenti all'Alleanza Atlantica, mentre solo la Spagna è riuscita a ottenere una deroga al 2,1% del PIL ottenendo anche la menzione speciale, nell'accordo, di un "percorso differente" (quando si parla, tante volte a sproposito, di cosa deve fare un governo di Sinistra!).
L'Italia invece, servile come sempre in ambito geopolitico, ha, nel 2026, già raggiunto e superato abbondantemente l'obiettivo del 2% (fissato nel 2014 come target) avendo dimostrato che la spesa italiana si attesterà quest'anno al 2,8% del PIL (dimostrato grazie al ricalcolo contabile che ha consentito di includere nella spesa aggregata anche la cybersecurity e una serie di voci prima non tenute in considerazione, giusto per tacitare le richieste sempre più pressanti di Rutte e Trump). Obiettivo raggiunto dall'Italia quindi per la scadenza intermedia di verifica NATO per il 2026 (nel 2030 ci sarà la verifica di metà percorso perchè gli incrementi di spesa fino al 2035 devono essere graduali e dimostrabili in base a quanto prevede l'accordo sottoscritto in sede NATO).
Mentre l'estate rovente avanza, a settembre il Governo dovrà sciogliere il nodo dei fondi "Safe", ossia i prestiti dell'UE (a 35/45 anni) per aiutare i paesi europei a raggiungere gli obiettivi NATO. Il Governo dovrà dire se intende aderire al "Safe" (14,9 mld di euro) evitando l'incremento immediato del debito pubblico italiano grazie alla deroga concessa dall'UE (per uno sforamento fino al limite dell'1,5%) ma rischiando di incrementarlo nel lungo periodo (quando l'UE dovrà rifinanziarsi sul mercato dopo ca 11 anni) oppure finanziarsi attraverso l'emissione di BTP accettando un costo del debito fisso intorno al 4,4% (interessi medi dei BTP) e conseguente aumento immediato del debito pubblico. E' già previsto il voto del Parlamento a settembre su questo punto, un vero rompicapo per il Governo, che però punta a fare emergere le contraddizioni dell'opposizione (che su questo ha 3, forse 4 posizioni distinte).
Tanto per non farsi mancare niente, qualche giorno fa un gruppo di paesi europei ed extra UE (Ucraina e Gran Bretagna) hanno dato vita all'accordo sullo scudo antimissile europeo, il c.d. FREYJA. Si tratta di un accordo intergovernativo (comunque sostenuto anche dall'UE che però non deve approvarlo con un voto del Parlamento di Strasburgo) che impegna i paesi ad investire per il potenziamento della difesa dei cieli europei da attacchi aerei, missili ipersonici e droni (punto debole evidenziato anche nel corso del vertice NATO che ha sancito l'obbligo di incremento delle spese militari al 5% del PIL).
La spesa di FREYJA, per quel che concerne l'investimento in AI, difesa elettronica, potenziamento radar, vale l'1,5% di incremento da considerare ai fini del target del 5% stabilito in ambito NATO (che è diviso in 3,5% per sistemi d'arma e, appunto, 1,5% per AI, sicurezza elettronica, radar). Con l'adesione a FREYJA l'Italia punta a realizzare il c.d. "Michelangelo Dome", sistema integrato di difesa con previsione di commesse rilevanti per Leonardo (che infatti preme per avere i soldi di "Safe"). Da un punto di vista operativo il compito più complesso per Leonardo sarà garantire che il Michelangelo Dome riesca a interagire in tempo reale con i sistemi radar degli altri 9 paesi della coalizione (ad es. con i radar dell'azienda francese Thales o della tedesca Hensoldt).
Dunque, aderendo a FREYJA - che è un alleanza intereuropea che nasce a causa del disimpegno USA in sede NATO - l'Italia punta proprio a raggiungere gli obiettivi stabiliti in sede NATO (sic!).
Attraverso FREYJA, infatti, i governi europei fissano la programmazione di una quota fissa di investimenti militari miliardari per i prossimi anni, garantendo una crescita costante e graduale della spesa pubblica verso il target del 5% richiesto dalla NATO come obiettivo al 2035.
Con la firma di FREYJA e dell'Accordo NATO il Governo italiano ha quindi ipotecato il futuro del Paese: per raggiungere l'obiettivo di spesa del 5% del PIL si dovranno sbloccare le somme che servono per FREYJA, ossia prendere in prestito 14,9 mld€ di Safe da restituire a tassi d'interesse verosimilmente crescenti che non potranno che causare tagli al welfare crescenti nei prossimi anni (sia che si finanzi con i prestiti UE sia che alla fine si decida di finanziarlo con i BTP perchè costa meno in termini di tassi di interesse, in base ai calcoli che il governo sta effettuando).
Ma se questo è il quadro (particolarmente complesso) siamo sicuri di avere esplorato un'eventuale possibile via d'uscita strategica che vada OLTRE il sacrosanto NO al riarmo che AVS (insieme al M5S) esprime, come è giusto che sia, un giorno sì e l'altro pure?
Cioè, voglio dire, è chiaro che il NO al riarmo è la posizione più lineare, giustamente rivendicata da AVS, ma, premesso che il governo Italiano non è il governo spagnolo e con la firma degli accordi NATO e FREYJA ha, di fatto, ipotecato il futuro del nostro welfare, siamo certi di potere - domani, quando e se saremo al governo del Paese - mettere in discussione tali accordi, tra l'altro avendo imprese importanti come Leonardo o Fincantieri impegnate già a pieno regime su progetti di riarmo già finanziati (e peraltro propagandati come sforzo bellico difensivo europeo)?
Non ho certezze nè risposte ma pongo un interrogativo di fondo: non sarebbe ora di aprire una discussione collettiva per capire veramente se esiste una via politica finalizzata a disattendere gli impegni di spesa al 5% del pil assunti in sede NATO/accordo FREYJA (come suggeriva anche Emiliano Brancaccio qualche giorno fa sul Manifesto) individuando una possibile via d'uscita ADESSO, in modo da precostituire una precisa linea politica invece di rischiare di schiantarci, DOMANI, in mezzo alle note contraddizioni, in politica estera, di cui soffre il "Campo Largo"?
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