Modifiche a "Nucleare: è ora di un dibattito informato, non di un tabù"
Corpo del testo (Italiano)
-
+
La posizione italiana sul nucleare nasce da Chernobyl e dalla paura che quell'evento ha lasciato. Il referendum del 1987 (un anno e mezzo dopo il disastro) e quello del 2011 (pochi mesi dopo Fukushima) hanno chiuso il dibattito in un momento di massima emotività, cristallizzando nell'opinione pubblica — soprattutto in chi ha vissuto quegli anni — una posizione granitica, spesso senza un reale confronto tecnico tra le parti. Non è un caso che tra i ventenni di oggi, cresciuti senza un ricordo diretto di quegli eventi, l'apertura verso il nucleare di nuova generazione sia spesso più alta che tra le generazioni precedenti: eppure questa voce fatica a farsi sentire in un dibattito pubblico ancora dominato da chi ha vissuto in prima persona la stagione dei due referendum.
Prima di tutto, però, serve chiarezza su un punto: rinnovabili e nucleare non sono in competizione, sono complementari. Le rinnovabili vanno spinte subito e a tutto campo, con un sì netto e senza tentennamenti: contributi diretti ai cittadini per impianti fotovoltaici, eolici e di accumulo domestico, semplificazione normativa con leggi ad hoc che tolgano i lacci burocratici che oggi frenano gli investimenti, e una politica industriale favorevole che colleghi la produzione di energia pulita anche al settore automotive — colonnine di ricarica, integrazione tra mobilità elettrica e produzione energetica domestica o di comunità, incentivi per chi produce e consuma in modo intelligente. I risultati ci sono già: nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41,1% della domanda elettrica italiana, con una produzione pari al 47,7% del totale nazionale netto, sostanzialmente in linea con la media europea. Il margine di crescita resta enorme, soprattutto su fotovoltaico ed eolico, e su questo fronte non dovrebbe esserci alcuna esitazione politica.
Ma le rinnovabili da sole, con i limiti di intermittenza e di accumulo ancora attuali — basti pensare a quanto pesa ogni anno la variabilità dell'idroelettrico sul mix nazionale — non bastano a garantire una base costante e programmabile di energia pulita. È qui che il nucleare di nuova generazione può avere un ruolo, non oggi, ma come orizzonte da costruire nei prossimi 15-20 anni. I piccoli reattori modulari (SMR) promettono costi e tempi di realizzazione più contenuti rispetto alle grandi centrali tradizionali, con standard di sicurezza molto più avanzati rispetto agli impianti degli anni '70-'80. La ricerca sulla fusione ha fatto passi avanti significativi, anche se resta ancora lontana dalla produzione commerciale su scala. Queste novità, però, non sono arrivate al grande pubblico: il dibattito italiano è rimasto fermo a percezioni di 20-30 anni fa.
Le scelte di politica energetica fatte oggi producono effetti tra 15-20 anni. Per questo credo sia importante riaprire la discussione con dati aggiornati, inserendo il nucleare in un mix energetico insieme alle rinnovabili, non in alternativa ad esse. La chiusura anticipata delle centrali italiane ha avuto costi concreti e ancora in corso: solo per Caorso, i contratti di decommissioning attivi nel 2026 valgono 420 milioni di euro, che al netto dei ribassi d'asta dovrebbero attestarsi tra i 360 e i 380 milioni, a fronte di una spesa media annua di circa 90 milioni negli ultimi anni — un processo che proseguirà ancora per anni prima della chiusura definitiva del sito.
Il tema delle scorie resta il nodo più delicato, e va affrontato senza minimizzarlo — ma va anche detto con chiarezza che oggi a pagare il prezzo più alto è proprio l'indecisione, non una scelta in un senso o nell'altro. L'Italia discute di un Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi dal 2014, ma il sito non è stato individuato e il governo ha dovuto rinnovare l'accordo con la Francia per tenere all'estero le scorie delle vecchie centrali, questa volta fino al 2040, quindici anni più tardi di quanto previsto in origine. Nel frattempo i costi lievitano: secondo l'Istituto per la sicurezza nucleare lo stallo sul deposito fa aumentare i costi di gestione dei rifiuti a carico della collettività, che potrebbero arrivare fino a 10 miliardi di euro, mentre la sola realizzazione del deposito è stimata attorno ai 900 milioni di euro. Sono soldi pubblici spesi non per produrre energia né per smaltire in sicurezza, ma per rinviare una decisione — un costo silenzioso che ricade sulle prossime generazioni tanto quanto la bolletta energetica.
A questo si aggiunge un costo reputazionale non meno rilevante: ogni rinvio rafforza, in Italia come all'estero, l'immagine di un Paese incapace di pianificare infrastrutture strategiche, qualunque sia la fonte energetica scelta. Qui emerge in pieno la sindrome NIMBY ("not in my backyard"): tutti riconoscono che un deposito serve, ma nessun territorio vuole ospitarlo, e questo blocca il processo a prescindere dal merito tecnico dei siti proposti. È una contraddizione che l'Italia vive già oggi, indipendentemente dalla scelta sul nucleare futuro, perché le scorie del passato un deposito lo richiedono comunque, a prescindere da qualsiasi futura strategia energetica. Le nuove tecnologie nucleari (SMR e, in prospettiva, la fusione) promettono volumi di scorie molto più contenuti e gestibili rispetto agli impianti di vecchia generazione, ma questo non esonera dal discutere subito, e con trasparenza verso i territori coinvolti, dove e come gestire in sicurezza ciò che già esiste — anche perché, come notano diversi osservatori tecnici, costruire nuovi reattori prima di aver risolto questo nodo rischierebbe di aggiungere un problema a uno già irrisolto.
C'è poi un punto spesso sollevato nel dibattito pubblico: le centrali francesi e svizzere sono a poche decine di chilometri dal confine italiano. In caso di incidente grave, le conseguenze radiologiche non si fermerebbero ai confini nazionali — un argomento che, a prescindere dalle conclusioni a cui si arriva, dimostra quanto la questione richieda una valutazione europea, non solo italiana.
La proposta quindi è duplice: sì immediato e convinto alle rinnovabili con un piano di incentivi strutturale, e parallelamente l'avvio di un percorso serio — studi, normativa, formazione tecnica, e prima di tutto la soluzione del nodo del deposito nazionale — verso le tecnologie nucleari più evolute e sicure, da concretizzare nel medio-lungo periodo. Non chiedo di accettare il nucleare per partito preso, ma di togliergli lo status di tabù e permettere che la decisione venga presa con cognizione di causa, guardando ai dati di sicurezza, costi e scorie più recenti, e non solo all'eco emotiva di due referendum di 30-40 anni fa.
Titolo (Italiano)
- +Nucleare: è ora di un dibattito informato, non di un tabù