L’illusione del nucleare spiegata a chi lo auspica

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Una lettera del professor Arturo Lorenzoni, docente di Economia dell’Energia all’Università di Padova, a un ipotetico giovane italiano che oggi ritiene una grande opportunità l'opzione di un ritorno al nucleare. Un po' di dati e di fatti messi in fila. Premetto che nel 1987 votai a favore del nucleare, perché allora le prospettive di questo settore industriale erano ben diverse da quelle attuali; nel tempo però ho compreso una serie di cose, come economista e come ingegnere, che penso possano essere utili Inizio facendoti osservare che la quota nucleare dell’energia elettrica prodotta nel mondo è passata dal picco intorno al 18% a fine anni ’90 fino al 9% del 2025 e anche nelle previsioni più ottimiste dell’IEA, l’agenzia internazionale per l’energia, non è attesa risalire oltre il 10% nei prossimi due decenni. I reattori entrati in esercizio nel mondo tra il 2016 e il 2025 sono 61, con una potenza complessiva di 62,8 GW e una produzione di circa 500 TWh l’anno. Per darti un’idea di ciò che accade, nel solo 2025 sono entrati in esercizio nel mondo 647 GW di fotovoltaico, che producono circa 900 TWh, l’energia prodotta da 110 reattori nucleari. In un anno il FV ha fatto quasi il doppio della nuova energia generata dal nucleare in 10 anni. E se guardiamo al parco nucleare mondiale, i reattori in funzione erano 413 nel 2014 e 417 nel 2024, in pratica si sostituiscono solo impianti vecchi spostando la produzione dall’occidente verso le nuove economie dell’Asia. L’attività di costruzione negli ultimi anni è dominata dalla tecnologia russa, cinese e coreana. I 9 nuovi rettori di cui è stata avviata la costruzione nel 2024 sono 7 di tecnologia cinese e 2 di tecnologia russa. Queste sono le velocità con cui le tecnologie si sono mosse nel passato recente e ti posso assicurare saranno quelle che terranno nei prossimi anni. Anche perché le innovazioni che stanno emergendo nel campo del solare, dell’eolico, degli accumuli e della gestione digitale delle reti sono sorprendenti e renderanno le fonti rinnovabili sempre più convenienti, mentre il cuore della tecnologia nucleare, controlli digitali a parte, è lo stesso degli anni ’70, se non guardiamo alle eterne promesse degli Small Modular Reactors, che aprono prospettive interessanti, ma ancora tutte da dimostrare sul piano concreto, non essendovi oggi alcun reattore SMR o AMR commerciale, né potendovi essere per i prossimi 5-7 anni. Il finanziamento del nucleare richiede l’intercessione dei governi Ed è proprio la difficoltà a gestire il rischio una delle ragioni per cui è impossibile trovare un soggetto finanziario privato che assicuri una centrale nucleare. Per fare queste centrali in Italia dovemmo tornare all’energia di Stato, scelta possibile, ma abbastanza antitetica alle idee di chi le propone. Oltre che alla politica di liberalizzazione dell’energia adottata in Europa a partire dalla metà degli anni ’90: un cambio a 180 gradi si può fare. Ma è questo che desideriamo? E qui sul lato del finanziamento emerge la vera debolezza di questa tecnologia: la complessità della filiera, che in 70 anni non è riuscita a semplificare i processi e renderli meno costosi, forse perché non si può proprio. Anzi, è l’unica tecnologia il cui costo è aumentato negli ultimi 20 anni, pur scaricando parte dei costi sulla fiscalità generale grazie al ruolo dei governi, con tempi di costruzione lunghi e, di conseguenza, costi finanziari elevatissimi. Sui tempi di costruzione è vero che i coreani hanno fatto prestazioni notevoli, ma in Europa è più credibile il benchmark francese. Il governo francese ha stabilito di costruire 6 nuove centrali: i lavori preparativi nel sito di Penly sono iniziati nel 2024, il getto del primo calcestruzzo è previsto per il 2027, la prima produzione di energia è attesa tra il 2035 e il 2038. Quindi da 11 a 14 anni in un sito individuato in un paese familiare con la filiera. Pensare di avere energia nucleare in Italia prima del 2040 è dunque irresponsabile. E quando guardiamo ai costi, ancora è opportuno guardare ai casi reali, più che alle stime regolarmente disattese Il contratto che il governo inglese ha siglato nel 2013 per la centrale di Hinkley Point C assicura ai costruttori, un consorzio tra EDF e la cinese CNG, un prezzo indicizzato che alla firma del contratto era di 92,5 sterline al MWh, che oggi sono 133 £/MWh (154 €/MWh) e chissà quanto sarà a partire dal 2030, anno in cui dovrebbe iniziare a produrre energia, 13 anni dopo l’apertura del cantiere. Pensa che i costi di costruzione sono più che raddoppiati da 18 miliardi di sterline nel 2017 a 46 miliardi a maggio 2026: più di 14 milioni al MW! E fai attenzione che Hinkley Point non è il First of a Kind, cioè il primo della serie dell’EPR2 di terza generazione, è almeno il terzo, dopo Olkiluoto e Flamanville, dove i conti sono andati ancora peggio. Non possiamo immaginare dunque di avere energia nucleare in Italia ad un costo inferiore ai 154 €/MWh. Ma il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia nel 2025 è stato di 116 €/MWh, pur altissimo rispetto ai 52 €/MWh del 2019, prima delle turbolenze della pandemia e delle guerre. Per darti un confronto, il prezzo medio delle aste con cui il governo inglese nel 2026 ha acquistato energia eolica da impianti in mare, che producono la ragguardevole cifra di oltre 4000 ore per anno, è 91,2 £ (2024)/MWh per 20 anni. Nel frattempo, in Italia a dicembre 2025 il GSE ha chiuso un’asta con cui ha contrattualizzato 7,7 GW di potenza fotovoltaica a un prezzo medio di 56,8 €/MWh e 0,9 GW di potenza eolica a 72,8 €/MWh. Prezzi inarrivabili per il nucleare. E pure se guardiamo al costo degli accumuli, l’asta del 2025 del MACSE, il mercato degli accumuli gestito da Terna, ha visto un prezzo di assegnazione dei contratti di circa 13 €/kWh (-anno, ndr), che rende la combinazione solare o eolico più batterie competitiva nel mercato elettrico italiano, per cui la variabilità giornaliera può essere gestita oggi con costi concorrenziali, senza incentivi. I reattori EPR europei devono sostituire 1/3 delle barre di combustibile ogni 18 mesi circa e, come puoi immaginare, i fornitori di combustibile arricchito non sono molti, sia per la complessità e il costo del processo, sia per le implicazioni belliche che questa attività può assumere. Ne sanno qualcosa gli iraniani in questi giorni. Bene, la Russia dispone del 43% della capacità di arricchimento, poco più dell’Europa, che è il maggiore esportatore di uranio arricchito, pur importandone dalla Russia. Ma pensa che pure gli Stati Uniti importano ancora dalla Russia circa un quarto del loro fabbisogno, nonostante le relazioni compromesse dopo l’invasione dell’Ucraina. C’è poi una caratteristica delle centrali nucleari che è importante ricordare: non si possono accendere e spegnere a seconda della necessità. Una volta accese devono rimanere operative continuativamente, perché se restano spente per più di qualche ora il combustibile non riesce più ad innescare la reazione e ci vogliono giorni, se non settimane per ripartire. Vedi, credo che uno degli insegnamenti più importanti del XX secolo, iniziato sotto la spinta tecnocratica di movimenti di pensiero come il positivismo e sfociato in ideali tutti tesi al progresso tecnologico come il futurismo, sia proprio la necessità di conciliare lo sviluppo tecnologico con le aspettative sociali e in questo l’intera organizzazione della filiera nucleare è intrinsecamente debole. Dalle attività di arricchimento dell’uranio (fai una ricerca su Sellafield, il sito scelto dal governo inglese per le attività upstream della filiera nucleare, troverai tante informazioni interessanti), al trasporto, alla localizzazione delle centrali, alla gestione delle scorie, alla fornitura delle garanzie sul rischio, al confezionamento del finanziamento, sono tutte attività tecnicamente fattibili, ma socialmente critiche. Oggi abbiamo alternative meno costose, meno complesse e più facili da gestire sul piano sociale. Lo mostrano i fatti, non gli studi. Possiamo gestire l’uscita progressiva dal mondo dell’energia fossile andando pure a risparmiare, senza attendere gli almeno 12 anni per sostituire un MWh di energia dal gas con energia decarbonizzata.E, credimi, tra 12 anni o la transizione l’avremo realizzata, oppure il cambiamento climatico non lo gestiremo più e sarebbe una rovina. Per te soprattutto, che hai tutta la vita davanti.

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