Modifiche a "Termovalorizzatori come forma complementare di energia"
Corpo del testo (Italiano)
-
+
L'Italia importa ogni anno circa 51.000 GWh di elettricità dall'estero — il 16,3% di tutto il fabbisogno nazionale, secondo i dati Terna 2024. Paghiamo Francia, Svizzera e Austria per energia prodotta con nucleare e idroelettrico alpino, perché non siamo in grado di produrne abbastanza da soli. Contemporaneamente, spendiamo 75 milioni di euro l'anno per trasportare i rifiuti del Centro-Sud su 160.000 camion verso il Nord o verso l'estero, perché il Mezzogiorno non ha impianti sufficienti per trattarli.
Questi due problemi — deficit energetico e deficit impiantistico — hanno una risposta tecnica comune: i termovalorizzatori di ultima generazione, impianti Waste-to-Energy che producono energia elettrica e calore continui, 24 ore su 24, dalla frazione di rifiuti che dopo il riciclo non può essere recuperata altrimenti.
Una fonte che produce quando le rinnovabili non possono
Nel 2024 le fonti rinnovabili hanno coperto il 41,2% del fabbisogno elettrico italiano, con record storici per il fotovoltaico e un'idroelettrica in forte recupero. L'Italia ha installato oltre 7 GW di nuova capacità rinnovabile nel 2025. Questi risultati vanno accelerati. Ma non bastano per una ragione strutturale che nessuna politica elimina: solare ed eolico sono fonti intermittenti. Il sole non produce di notte, il vento non soffia sempre. Per ogni GW rinnovabile installato serve una fonte di base load — continua, programmabile, indipendente dal meteo — che copra i vuoti.
Oggi questa funzione è svolta quasi esclusivamente dal gas naturale, importato a prezzi volatili con dipendenza geopolitica. I termovalorizzatori offrono una risposta strutturalmente diversa: producono elettricità e calore in modo continuo, 365 giorni l'anno, usando come combustibile i rifiuti — una risorsa che produciamo internamente in quantità costante. Sono base load da combustibile domestico, non fossile importato.
L'impianto di Roma produrrà fino a 65 MW elettrici continui — sufficienti per 200.000 famiglie — trattando 600.000 tonnellate di rifiuti l'anno. I due impianti previsti in Sicilia produrranno complessivamente 50 MW da altrettante 600.000 tonnellate. Con un piano da 15 grandi impianti, si arriverebbe a 800-900 MW di potenza continua installata e a circa 7,5-8 TWh di energia elettrica annua: il 15-16% delle nostre importazioni coperto con produzione domestica stabile.
Il modello di Copenaghen — e cosa sarebbe oggi
Il punto di riferimento mondiale per capire cosa significa un termovalorizzatore integrato nella vita di una città è l'Amager Bakke di Copenaghen, noto come CopenHill, inaugurato nel 2017 dopo una gara internazionale di progettazione indetta nel 2011. L'impianto brucia 70 tonnellate di rifiuti all'ora: per ogni tonnellata di rifiuto trattata produce 2,7 MWh di calore per teleriscaldamento e 0,8 MWh di elettricità, alimentando complessivamente 150.000 abitazioni. Il sistema di filtraggio multistadio — filtro elettrostatico, riduzione catalitica selettiva degli ossidi di azoto (SCR), scrubber — riduce del 99,5% le emissioni sulfuree rispetto al vecchio impianto che ha sostituito.
CopenHill ha però mostrato anche i limiti: costruito in un Paese con altissimi tassi di riciclo, ha finito per importare rifiuti dall'estero, e la neutralità carbonica è stata rinviata per difficoltà nel finanziare la cattura della CO₂. Copenaghen ha ridotto le proprie emissioni dell'80%, ma non ha completato l'ultimo passo.
Quello che fu costruito nel 2017 oggi sarebbe radicalmente diverso. In un decennio la CCS — cattura e stoccaggio della CO₂ — è passata da sperimentazione a scala industriale. Un progetto italiano del Gruppo Hera e Saipem, selezionato dall'EU Innovation Fund con 24 milioni di euro su 53 complessivi, è già in grado di catturare il 90% delle emissioni di CO₂ di una linea di termovalorizzatore: 64.000 tonnellate l'anno, equivalenti alle emissioni annuali di 37.000 automobili, destinate poi allo stoccaggio permanente nei giacimenti esauriti dell'Adriatico. Un CopenHill costruito oggi, con questa tecnologia integrata, sarebbe un impianto che tratta rifiuti, produce energia stabile e rilascia nell'atmosfera una frazione minima delle emissioni di un decennio fa.
Il nodo delle emissioni: la verità numerica
È qui che il dibattito italiano sconta il ritardo culturale più grave. Quando si parla di termovalorizzatori, molti pensano ancora alle emissioni degli impianti degli anni Settanta e Ottanta. Il confronto corretto non è con l'impianto ideale che non esiste, ma con l'alternativa reale che esiste: la discarica.
I dati del Rapporto ISPRA sulle emissioni di gas serra mostrano che il fattore medio dell'incenerimento con recupero di energia è pari a 800 kg di CO₂ equivalente per tonnellata. Le discariche emettono 1.400 kg di CO₂ equivalente per tonnellata: quasi il doppio. La ragione è chimica: nelle discariche la decomposizione organica libera metano, un gas serra che nei primi 100 anni è 25 volte più potente della CO₂. Le emissioni di metano da smaltimento in discarica costituiscono il 31,79% di tutte le emissioni nazionali di metano.
I termovalorizzatori di ultima generazione producono CO₂, è vero: non esistono tecnologie a impatto zero su combustibile organico. Ma ogni tonnellata di rifiuti trattata in un impianto WtE evita — considerando il riciclo dei metalli recuperati dalle scorie e le emissioni che si avrebbero in discarica — l'equivalente di una tonnellata di CO₂ rispetto all'alternativa concreta. Chi si oppone ai termovalorizzatori in nome del clima, e li contrappone non alle discariche ma a una riciclabilità totale che non esiste tecnicamente, difende nei fatti la soluzione climaticamente peggiore.
Su scala nazionale, un piano da 15 grandi impianti che tratti 9 milioni di tonnellate l'anno — la frazione residua non riciclabile attualmente avviata a discarica o esportata — potrebbe evitare emissioni nette per 5-7 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente annue rispetto allo scenario-discarica. Non è zero emissioni, ma è un contributo reale e immediato alla decarbonizzazione, superiore a quello di molte politiche più discusse e meno concrete.
Il calore che non sprechiamo
Il dato energetico più sottovalutato nel dibattito sui termovalorizzatori riguarda il calore. Un impianto WtE cogenerativo — che recupera sia elettricità che calore — raggiunge un rendimento energetico complessivo del 70-80%, contro il 30-35% di una centrale elettrica pura. Il calore che nei cicli non cogenerativi viene disperso nell'atmosfera diventa, nelle reti di teleriscaldamento, energia utile per riscaldare abitazioni e uffici senza bruciare gas.
Un impianto da 600.000 tonnellate annue può fornire calore a 50.000-80.000 abitazioni, eliminando altrettante caldaie a gas. Su 15 impianti, parliamo di un potenziale di 750.000-1.200.000 abitazioni riscaldate senza gas naturale, con risparmio diretto in bolletta per i cittadini e riduzione delle emissioni urbane diffuse — quelle delle caldaie condominiali che riscaldano singolarmente e inefficientemente ogni edificio.
L'impianto di Bolzano è il riferimento italiano: grazie alla rete di teleriscaldamento alimentata dal termovalorizzatore, ha eliminato le emissioni di migliaia di caldaie condominiali e ridotto significativamente i consumi di gas della città. Questo è l'integrazione energetica che un piano nazionale dovrebbe replicare e scalare al Sud.
Titolo (Italiano)
- +Termovalorizzatori come forma complementare di energia