Case di comunità e Medici di famiglia: che c'azzeccano?

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L'utilità di far partecipare i medici di famiglia (mdf) alle attività delle Case di comunità (Cdc) non mi è chiara. Ciò che contraddistingue il mdf è il suo rapporto privilegiato col paziente, di cui conosce la sua condizione socio-economica, il contesto famigliare e lo storico delle sue patologie. Se viene apprezzata la sua figura è proprio per il rapporto confidenziale che nel tempo si instaura tra paziente e medico (cosiddetto rapporto fiduciario). Fargli fare 6 ore in Cdc che valore aggiunto dà al servizio offerto al paziente? Nessuno! La Cdc è stata pensata come un surrogato dei Pronto soccorso (Ps). Qualcuno di noi in caso di urgenza sanitaria desidera trovare un mdf al Ps? Penso proprio di no. Il personale (medico e non medico) delle Cdc a mio avviso deve avere un rapporto di dipendenza col SSN. Solo questo garantirebbe l'efficienza del sistema. La Guardia medica (pomposamente detta Continuità assistenziale, ma di continuità non ha alcunchè), non più a contratto convenzionale ma dipendente, adeguatamente preparata e qualificata (da cui maggior attrattività), può essere la figura di prima accoglienza nelle Cdc a cui affidare 7 giorni su 7 e 24h su 24h il compito di accogliere il paziente, istruire gli eventuali primi accertamenti da effettuare e stabilire il corretto percorso da svolgere per giungere a una diagnosi e una terapia. Non so, poi, se l'AI modificherà sostanzialmente il rapporto medico-paziente e se i pazienti del prossimo futuro desidereranno avere un rapporto fiduciario con un medico. Chi vivrà vedrà. Scrivo da Mestre, Sono un vecchio medico di famiglia in pensione da 5 anni, dopo 40 anni di attività, con 20 anni di impegno sindacale locale.

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