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Piena occupazione? Pretendiamo il neosocialismo liberato dal lavoro!

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QUADRO D’INSIEME

Fin dalla sua nascita, il capitalismo industriale ha utilizzato ogni avanzamento tecnologico per aumentare i profitti, comprimere i salari e intensificare lo sfruttamento.

Le macchine, i computer, internet, l’automazione e oggi l’intelligenza artificiale hanno moltiplicato enormemente la produttività del lavoro umano.
Eppure la classe lavoratrice continua a vivere le stesse giornate lavorative del secolo scorso, se non peggio: 8 ore al giorno, ritmi e consegne sempre più alienanti, precarietà e ansia permanenti, stipendi/salari insufficienti a soddisfare i bisogni minimi, capitalizzazione delle vite anche nel tempo libero attraverso i social networks.

Il sistema economico dominante ha prodotto una gigantesca contraddizione:
più il lavoro diventa tecnologicamente avanzato, meno tempo libero concede alle persone. 

Le delocalizzazioni hanno desertificato il tessuto industriale italiano (ultima notizia in ordine di tempo: il piano di 1700 esuberi di Electrolux).
Le multinazionali e gli oligopoli digitali distruggono il piccolo commercio e i centri storici.
L’intelligenza artificiale e l’automazione stanno già espellendo migliaia di lavoratori (manuali e intellettuali) dal mercato del lavoro.

E allora la domanda diventa inevitabile:
se il capitale ha sempre meno bisogno del lavoro umano, perché continuare a lavorare alle sue condizioni?

RIVENDICHIAMO IL DIRITTO AL TEMPO LIBERATO DAL LAVORO

Un soggetto politico ecosocialista deve avere il coraggio di rompere definitivamente con il mito della piena occupazione novecentesca e iniziare a rivendicare il diritto al tempo liberato dal lavoro. Per ridare valore alla vita oltre al tempo speso per lavorare, la politicizzazione del tempo deve essere la base non negoziabile del nostro programma sul lavoro buono.

Durante un comizio del gennaio 2023, Jean-Luc Mélenchon (leader del partito La France Insoumise) ha esplicitato una contronarrazione in netta controtendenza rispetto al mito produttivistico e occupazionale della sinistra novecentesca: la lotta per il tempo liberato dal lavoro come diritto politico, umano ed esistenziale.

Qui un estratto:

Lavorare sempre di più, produrre sempre di più, consumare sempre di più non può essere il destino di una società avanzata [...] Il tempo della vita, quello che conta, non è soltanto il tempo costretto del lavoro, è anche il tempo libero.

Per questo il punto centrale della proposta di AVS alle prossime elezioni politiche sul tema del lavoro dovrà essere il tempo liberato attraverso la riduzione progressiva dell’orario di lavoro a parità di salario almeno fino a 32 ore settimanali.

Primi passi sono già stati fatti:

In Italia il disegno di legge A.C. 2067 co-firmato tra gli altri da Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli ha aperto la discussione parlamentare sulla riduzione dell’orario di lavoro senza tagli salariali. E accordi sindacali come quello della Serena Cecchini Design di Lucca dimostrano che lavorare meno a parità di salario è possibile già oggi.

Ma dobbiamo essere chiari: questo non è il punto di arrivo, ma la prima fase di un progetto politico molto più profondo e rivoluzionario.

UN NUOVO COLLETTIVISMO

Perché il problema non è soltanto quanto lavoriamo, ma soprattutto chi controlla il lavoro, chi estrae profitto dal nostro lavoro e dalle nostre esistenze, chi possiede i mezzi di produzione, chi decide come distribuire la ricchezza prodotta collettivamente.

Finché fabbriche, piattaforme digitali, logistica, infrastrutture energetiche avranno come unico orizzonte il profitto e i dividendi degli azionisti, ogni innovazione continuerà a essere utilizzata contro la classe lavoratrice:

  • per abbassare i salari;

  • per aumentare i ritmi;

  • per creare disoccupazione;

  • per ricattare i lavoratori;

  • per concentrare ricchezza e potere;

  • per devastare il pianeta;

  • per aumentare le disuguaglianze.

La riduzione dell’orario di lavoro deve quindi diventare uno strumento per riaffermare la dimensione intrinsecamente collettiva dei processi di creazione della ricchezza, per ricostruire la partecipazione democratica, all’insegna di una nuova coscienza di classe del terzo millennio

Dopo più di 40 anni di analisi delle sconfitte, di lenta erosione dei diritti, di disimpegno sociale e politico, sostituito dal’iper consumismo e dall’individualismo, la sinistra deve rimodulare l’idea che la produzione di ricchezza appartiene a chi lavora, non ai padroni che estraggono profitto dai nostri corpi sempre più stanchi.

Un argomento che sentiamo spesso, soprattutto dalla working class imborghesita dalla narrazione neoliberista, recita:

Non possiamo tassare i ricchi, altrimenti andranno via dall’Italia e resteremo senza lavoro! Sono loro che creano lavoro!

BASTA.

Siamo noi che produciamo la loro ricchezza vendendo il nostro tempo a un prezzo irrisorio. Una fabbrica senza imprenditori continua a produrre. Una fabbrica senza lavoratori chiude subito.

Non abbiamo bisogno di padroni.

L’obiettivo di medio e lungo periodo di una forza ecosocialista deve essere il progressivo recupero collettivo della capacità sociale di produrre valore, da parte dei lavoratori stessi, con:

  • cooperative di fabbrica, seguendo il modello virtuoso di GKN;

  • partecipazione diretta;

  • controllo democratico delle aziende strategiche;

  • socializzazione delle grandi infrastrutture produttive;

  • riconversione delle industrie inquinanti in linee di produzione utili alla transizione climatica.

Il progresso tecnologico dovrebbe restituire alle persone il diritto al tempo, alle relazioni, alla cultura, all’amore, al viaggio, alla partecipazione politica e alla libertà di costruire la propria esistenza fuori dal ricatto salariale.
Il filtro capitalista tra la classe lavoratrice e la sua felicità lo trasforma invece in un ulteriore strumento di oppressione, solitudine e paura.

Noi dobbiamo ribaltare questa logica e dobbiamo farlo ora: lavorare sempre meno, vivere sempre di più.

LA DIGNITA’ DEL LAVORO PASSA PER FORME REDISTRIBUTIVE RADICALI

Accanto alla riduzione dell’orario di lavoro serve inoltre una misura capace di garantire dignità materiale anche nelle fasi di transizione, disoccupazione o espulsione dal mercato del lavoro. Per questo proponiamo un dividendo universale che assicuri a ogni persona un’esistenza libera e dignitosa.

Chi perde il lavoro deve poter cercare un’altra occupazione dignitosa senza precipitare immediatamente nella miseria, nell’indebitamento o nell’umiliazione sociale.

La proposta di dividendo universale dovrà essere finanziata attraverso:

  • una forte tassazione degli extra-profitti delle multinazionali;

  • una patrimoniale progressiva sui grandi patrimoni;

  • tassazione delle rendite finanziarie e speculative;

  • lotta a evasione e elusione fiscale;

  • redistribuzione dei profitti generati da automazione, piattaforme digitali e intelligenza artificiale.

Possiamo aspirare a molto di più del salario minimo. Possiamo eliminare ogni ostacolo tra la sofferenza di oggi e la felicità di domani. Possiamo decidere il nostro futuro e quello delle nuove generazioni. Possiamo creare qualcosa di mai visto prima.

Una vita bella, dignitosa e libera per tutte e tutti.

Fabio Marcon - Sinistra Italiana Cesena


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