Modifiche a "Se pace e nonviolenza diventano una scelta politica"

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    Parlare di pace oggi significa parlare di guerre, ma anche di ambiente, disuguaglianze, lavoro, diritti, corpi e territori. Sono temi apparentemente diversi, ma non separati, infatti molte delle crisi che attraversiamo nascono da un modello che mette il profitto e il potere davanti alle persone e considera la natura e i territori solo come risorse da utilizzare e sfruttare

    È da qui che vogliamo partire per parlare di ecofemminismo perché ci aiuta a vedere i legami tra forme diverse di sfruttamento e di violenza e perché mette in discussione un modo di organizzare la società basato sul dominio.

    La guerra è la manifestazione più estrema di questo modello. Distrugge vite, case, scuole, ospedali, campi, acqua e territori. E non finisce quando smettono di cadere le bombe: lascia persone senza casa, comunità distrutte, terreni contaminati e ferite che possono durare per generazioni. Le donne, nei conflitti poi, subiscono forme specifiche di violenza e nello stesso tempo sostengono spesso la vita quotidiana e la ricostruzione delle comunità. Per questo devono essere presenti, e avere potere reale, nei processi di pace.

    Per noi pace e nonviolenza devono diventare una scelta politica. Significa investire nella diplomazia, nella cooperazione, nella prevenzione dei conflitti, nei Corpi Civili di Pace e nel disarmo. Significa anche mettere in discussione una corsa al riarmo che sembra ormai essere considerata inevitabile e lavorare per una riconversione dell’industria bellica.

    La Palestina, il Libano, il Congo e i tanti conflitti aperti nel mondo ci ricordano, con una drammaticità che non possiamo ignorare, che non può esserci pace senza diritti, autodeterminazione dei popoli, rispetto del diritto internazionale e protezione dei civili. La pace non può essere la semplice sospensione delle armi mentre continuano occupazione, oppressione, sfruttamento e privazione dei diritti.

    Con lo stesso proposito e nello stesso ambito dobbiamo anche cambiare il modo in cui parliamo di sicurezza. Una persona è sicura se ha una casa, se può curarsi, se ha un lavoro dignitoso, se può permettersi di vivere e di riscaldare la propria casa, se può camminare nella propria città senza paura.

    L’ecofemminismo, per noi, è quindi anche un modo per rimettere al centro una domanda molto concreta: che società vogliamo costruire? Una società che continua a misurare tutto sulla crescita, sulla prevaricazione, sul consumo e sulla forza oppure una società capace di mettere al centro la vita, le relazioni, la giustizia e il futuro del pianeta?

    Noi scegliamo la seconda strada.

    E pensiamo che la pace debba attraversare tutto il programma politico: la politica estera e il welfare, l’ambiente e il lavoro, la scuola e la sanità, le città e le politiche abitative.

    Perché la pace non si costruisce soltanto quando finisce una guerra.

    Si costruisce anche nel modo in cui decidiamo di vivere insieme.

     

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