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Se fossi ministro dell’Istruzione… ma sono solo un dirigente scolastico in pensione!
1. Per prima cosa toglierei l’aggiunta “e del merito” e lo chiamerei “Ministero della Pubblica Istruzione”, come una volta, abolendo la legge n. 62 del 2000 che ha riconosciuto la parità scolastica alle scuole non statali. Questa legge voluta dall’allora ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, ha messo sullo stesso piano scuole statali e scuole paritarie, consentendo alle scuole private di essere finanziate dallo Stato, contravvenendo al principio costituzionale dell’art. 33 comma 3 che sancisce il diritto di istituire scuole anche private, ma “senza oneri per lo Stato”.
2. Abolirei l’insegnamento della religione cattolica, rivedendo il Concordato con la chiesa cattolica firmato nel 1984 da Bettino Craxi e dal cardinale Casaroli, che revisionava i Patti Lateranensi del 1929 voluti da Mussolini. In una società multietnica e multireligiosa, non ha più senso insegnare la sola religione cattolica, pur prevedendo l’esonero per coloro che non se ne avvalgono. Ritenendo da laico che i credi religiosi hanno avuto un’importanza enorme per le società, veicolando valori morali e culturali, introdurrei una nuova disciplina: “Storia delle religioni ed Etica”. Nella transizione recupererei i professori di religione cattolica e li abiliterei all’insegnamento di questa disciplina con un corso di formazione. A regime si faranno concorsi specifici per questo insegnamento, senza che siano i vescovi a nominare i docenti di religione, come avviene ora. Andranno tolti i crocifissi dalle aule per rispetto a chi professa altre religioni. Non si tratta di rinunciare alla nostra identità che rimane come ha scritto Benedetto Croce nel saggio intitolato “Perché non possiamo non dirci cristiani?”, ma il catechismo lo si fa in chiesa e così le funzioni religiose.
3. Ripristinerei la disciplina “Educazione civica”, introdotta da Aldo Moro nel 1958, affidata ai docenti di storia con l’obiettivo di insegnare i principi della Costituzione e i doveri del cittadino. L’educazione civica, affidata attualmente a tutti i docenti, finisce per non essere insegnata.
4. Istituirei anche la disciplina “Educazione affettiva e sessuale” dalla scuola media, insegnata da psicologi che verrebbero arruolati con concorsi ad hoc. I femminicidi, sempre più in aumento, richiedono una comprensione della donna non come oggetto, ma come partner paritaria rispetto all’uomo. E gli psicologi devono anche far superare l'omofobia, far rispettare i diversi, considerando che in ogni essere umano c’è un lato femminile e un lato maschile (con scandalo di chi si sente “omo puro”, ma è un dato acquisito della psicanalisi). Vanno coinvolti anche i genitori, ma non per avere il consenso di insegnare questa disciplina, come pretende il ministro Valditara, ma perché sono i primi educatori di un figlio e bisogna combattere anche i loro pregiudizi.
5. Abbasserei l’età dell’obbligo scolastico a 5 anni. I bambini di oggi hanno più stimoli di quelli del passato e già molti di loro sono già scolarizzati frequentando gli asili nido e le scuole dell’infanzia. D’altra parte, le scuole private approfittavano dell’obbligo a 6 anni, per istituire le “primine” e non mi pare che gli anticipatari abbiano avuto problemi particolari nel prosieguo degli studi. Quest'anticipo consentirebbe agli studenti di terminare la maturità a 18 anni, come avviene negli altri paesi europei, senza toccare gli attuali ordini di studi (per es. riducendo a 4 anni gli istituti superiori e creando di fatto esubero di docenti).
6. Istituirei un biennio unico dopo la scuola media, dove s’insegnerebbero materie comuni , tra le quali la filosofia e la geografia che sono state sempre più compresse e che invece sono importantissime, l'una per educare al pensiero critico e l'altra per conoscere il mondo nelle sue diverse sfaccettature (geografia non è solo conoscenza dello spazio, ma anche delle diverse culture e tradizioni). Abolirei l’esame di terza media e lo sposterei alla fine del biennio, quando gli studenti dovranno scegliere quale indirizzo di studi intraprendere. A 12 anni, infatti, sono ancora immaturi per poter scegliere. Il biennio si svolgerebbe negli attuali istituti secondari e vi sarebbero, a seconda della scelta, oltre alle materie comuni, materie specifiche di quell’indirizzo. Ma dopo il biennio, in base anche al giudizio di orientamento espresso dagli insegnanti, ci si può spostare anche ad altro indirizzo e scuola.
7. Il numero minimo per classe lo stabilirei a 20 alunni, 18 se vi sono alunni diversamente abili. Per le scuole situate in aree a rischio, gli insegnanti verrebbero pagati di più, non come accade adesso che nelle scuole di frontiera vanno solo supplenti che cambiano di anno in anno. Per evitare questo turbinio di docenti che va solo a danno degli studenti, farei bandire concorsi per assumere docenti ogni anno, abolendo il precariato. Le supplenze le svolgerebbero gli stessi insegnanti interni, in quanto in ogni scuola ci sarebbe un organico aggiuntivo per sperimentare compresenze e attività alternative, oltre alle sostituzioni. Gli insegnanti di sostegno devono mantenere la continuità con i loro allievi.
8. Darei a ogni scuola un budget da gestire autonomamente. L’autonomia scolastica introdotta con la legge 59/1997 (Bassanini) e il DPR 275/1999 che ha conferito personalità giuridica e autonomia gestionale alle scuole, non è mai stata applicata fini in fondo, perché i finanziamenti che lo Stato riconosce alle scuole secondo il numero di alunni è spesso vincolato.Invece, ogni scuola dovrebbe essere libera di spendere quei soldi secondo le sue priorità. Non deciderà da solo il dirigente scolastico, ma il Consiglio d’Istituto che così avrebbe un ruolo decisivo e non più formale. Ai dirigenti scolastici vanno affiancati vari collaboratori, la cosiddetta “middle classe”, per organizzare la scuola che è un mondo complesso. Abolirei il dimensionamento scolastico nelle zone di montagna e nelle isole, perché anche pochi alunni hanno il diritto di essere istruiti nel luogo dove sono nati, anche per evitare lo spopolamento di quelle zone. Il dimensionamento nelle grandi città scatterebbe se si va al di sotto dei 600 alunni e non , come adesso, che avviene su un coefficiente medio di 938 alunni per istituzione (dirigenza scolastica e segreteria unici).
9) IL DSGA o direttore amministrativo deve essere affiancato da assistenti amministrativi competenti. Deve essere istituito un concorso specifico per loro, non come adesso che vengono chiamati per supplenza in base al punteggio in graduatoria e diventano di ruolo dopo un certo numero di anni di supplenza. Ciò comporta una rotazione annuale di assistenti amministrativi nelle scuole, che spesso sono anche incompetenti. La scuola non può essere un ammortizzatore sociale per i disoccupati. Sia il ruolo di dirigente scolastico come quello di DSGA e di assistente amministrativo richiedono competenze amministrative e cultura giuridica. Qui veramente deve valere il merito! Non parliamo degli insegnanti che , oltre ad essere competenti nella loro disciplina, devono avere anche competenze empatiche e capacità di attrarre l’uditorio.
10. Lungi dall’essere la scuola la cenerentola, quella che conta meno nell’assegnazione dei ministeri e dei fondi, dovrebbe, invece, essere fondamentale per la crescita economica e culturale di questo paese, e dunque avere consistenti finanziamenti e risorse, a cominciare dalla messa in sicurezza degli edifici scolastici. Non escluderei di affidare ai dirigenti scolastici, ben retribuiti come gli altri dirigenti pubblici, le gare per i lavori da farsi e i relativi finanziamenti. Lo si è fatto in alcuni progetti europei dedicati all’edilizia. Il dirigente sarebbe affiancato da un direttore dei lavori, scelto sempre a gara.
Titolo (Italiano)
- +10 punti per la scuola