La scuola che vogliamo. Una proposta del tavolo scuola/università AVS Emilia Romagna

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Proposta del tavolo scuola/università AVS Emilia Romagna

Parte prima

Per costruire nuove fondamenta per il domani, perché a chiunque siano garantite le stesse opportunità di formazione e realizzazione, perché non esiste alcun merito se non vi sono pari condizioni di partenza. Perché nessuno è straniero in una scuola.

Per un migliore svolgimento dell’attività scolastica riteniamo importante che venga rispettato l’articolo 33 della Costituzione che cita: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Concedendo, senza se e senza ma, la libertà di insegnamento.

La proposta del tavolo scuola/università di AVS Emilia Romagna, prende spunto dai bisogni e dalle indicazioni avanzate da chi si è reso disponibile a compilare un sondaggio diffuso nei territori della Regione, tra iscritti e simpatizzanti. A queste indicazioni aggiungiamo alcuni temi presenti nella proposta di legge “Promossa” e la proposta di legge “Non più di 20 per classe” di Alleanza Verdi e Sinistra.

Tre sono gli interventi specifici. Riguardano l’aumento del “tempo scuola”: creando le condizioni per consentire ai docenti una didattica più attenta e vicina alle esigenze di formazione umana, culturale e civile; contribuendo a rimuovere, così come vuole la Costituzione, alcune delle condizioni che limitano – in particolare in alcune aree del Paese – l’effettivo esercizio del diritto allo studio e alla formazione; la riduzione del numero di alunni e alunne per classe a non più di 20. La creazione di zone di educazione prioritaria e solidale, su modello di quelle francesi (ZEP).

-Riguardo al tempo pieno (TP), fin dalla sua nascita nel lontano 1970, ha contribuito a far vivere il diritto all’istruzione come uno dei diritti fondamentali di cittadinanza: dall’enunciazione del principio dell’obbligo scolastico all’impegno per il successo formativo.

La scuola a tempo pieno ha avuto il compito di assolvere al ruolo di scuola della comunità, luogo pedagogico “totale” e si è presentata quindi non solo come modello organizzativo coeso e integrato ma anche come un’istituzione educativa innovativa, aperta a nuove modalità educative e, allo stesso tempo, attenta a garantire la qualità delle strutture, dei servizi, dei laboratori.

Qualsiasi proposta di estensione e rilancio del tempo pieno non può prescindere da un necessario ripensamento complessivo degli spazi dell’educare e la realizzazione progressiva di mense in tutti gli edifici scolastici, nonché di spazi all’aperto. Va quindi prevista un’articolazione delle proposte didattiche in luoghi idonei: biblioteche e angoli di lettura,

orti e giardini attrezzati, laboratori espressivi e creativi, palestre e spazi per il movimento e il teatro, aule da dedicare alla pittura, alla musica, ad attività creative multimediali.

Proponiamo non solo l’estensione del TP nelle scuole primarie, ma anche del Tempo prolungato negli istituti di istruzione secondaria di I e II grado. Ciò perché è sempre più urgente un aumento reale del tempo- scuola, in quanto è sempre maggiore il bisogno di non lasciare soli bambini e adolescenti con le loro difficoltà, tanto di carattere sociale, quanto di natura formativa.

Le attività pomeridiane andranno comunque definite dai collegi docenti e dai consigli di classe, anche qualora fossero coinvolte figure professionali esterne.

-Riduzione degli alunni per classe: non più di 20

Le scuole secondarie di secondo grado possono oggi comporre classi di 30 studenti e arrivare a 33 in applicazione della norma che ne prevede un incremento del 10%.

La riorganizzazione delle classi rende, ovviamente, indispensabile un corposo investimento – qualitativo e quantitativo – nell’edilizia scolastica. Ridurre il numero degli alunni in classe al massimo di 20 è, dunque, elemento decisivo sul quale intervenire, per garantire qualità della didattica, maggiore coinvolgimento e apprendimento da parte degli studenti, piena integrazione dei ragazzi/e con disabilità e dei non italofoni. Una relazione didattica e formativa davvero attenta ai processi di crescita, alle difficoltà e al complesso della vita di bambine e bambini e di adolescenti con problematiche crescenti e complesse, non è garantita solo da numeri più piccoli, ma è certamente da essi facilitata e incentivata, favorendo, così, interventi concreti e reali contro l’abbandono scolastico. Tale riduzione per di più garantisce l’apertura della scuola e lo svolgimento della didattica anche negli istituti presenti in aree interne, in montagna e nelle isole che sono a rischio accorpamento con altri istituti.

-Istituzione delle “Zone d’educazione prioritaria e solidale”

Un modello attivo in Francia da molti anni.

In un contesto in cui solo il 19% degli studenti riesce a ottenere un titolo di studi superiore a quello dei propri genitori e in cui, in generale, il proprio ambiente d’origine pesa ancora come una sentenza inappellabile fin dalla nascita, ci sembra prioritario intervenire, per contrastare la piaga della povertà educativa e dell’abbandono scolastico nelle periferie, nelle aree interne e montane e, in generale, nelle realtà più sofferenti.

In molti territori o aree urbane, ma anche in alcune tipologie di scuola, i livelli di dispersione scolastica e di abbandono sono, infatti, di gran lunga

superiori a quelli della media europea e del resto del Paese. Ciò non fa altro che certificare le differenze territoriali e le diseguaglianze sociali dove il concetto di merito è puramente ideologico.

La maggior parte dei finanziamenti – attraverso i PON – vengono destinati alle scuole con organico più stabile e con una maggiore progettualità interna, in quanto in esse si deve far fronte a minori esigenze ed emergenze.

Noi vogliamo invertire la rotta, ispirandoci al modello francese delle ZEP che ha teso a contrastare le diseguaglianze scolastiche, attraverso dette Zone, rivolte, appunto, alle aree più svantaggiate. A queste vengono riconosciuti innanzitutto superiori contingenti di organico, quindi con la possibilità di avere un rapporto docenti-studenti decisamente inferiore (affiancati, tra l’altro, da figure professionali come quelle degli psicologi, dei mediatori culturali e da una progettualità di territorio fortemente partecipata) per sostenere la scuola, senza che essa perda il proprio ruolo di definizione delle strategie formative; di lavorare in co-presenza, garantendo così una maggiore professionalità per far fronte a situazioni di maggiore difficoltà relazionale e comportamentale.

-Obiettivo fondamentale: dare vita ad un piano d’intervento straordinario che, con risorse altrettanto straordinarie, intende rivolgersi a tutto il Paese, ma anche alle sue zone più disagiate – a cominciare dal Sud, dalle Isole e dalle aree interne e montane – agli Istituti Tecnici e Professionali, indeboliti dalla riforma Valditara, nonché alle periferie abbandonate delle grandi città, dove la povertà economica si somma alla povertà educativa intesa anche come mancanza di opportunità culturali, ludiche e sportive.

- Istituzione dei “Comitati di Progetto” costituiti da una rete delle scuole insistenti nella ZEP, dai rispettivi dirigenti scolastici, da almeno tre docenti per scuola eletti nei rispettivi Collegi dei docenti, dai rappresentanti delle RSU di ciascuna scuola, dai rappresentanti nei rispettivi Consigli d’Istituto dei genitori e, per gli istituti di istruzione secondaria di II grado, degli studenti. Alle riunioni del “Comitato di Progetto” sono invitati: il Prefetto o suo delegato, i Sindaci o loro delegati dei Comuni o Aree metropolitane della Zona, il Presidente della Provincia o suo delegato; la rappresentanza della Consulta provinciale degli studenti, le rappresentanze sindacali territoriali del mondo scolastico e confederali e delle associazioni di categoria, il Direttore dell’Area sanitaria di pertinenza, oltre ad associazioni culturali o formative ritenute utili alla progettazione partecipata.

Il Comitato di progetto ha il compito di elaborare un progetto, previa approvazione dei rispettivi Collegi docenti e dei Consigli d’Istituto, e

monitorarne lo stato di attuazione. Il Progetto ha durata biennale e deve essere riformulato alla fine di tale periodo, previa verifica delle condizioni di permanenza del territorio nella ZEP.

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