Riforma del Servizio Pubblico Radiotelevisivo
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La RAI dovrebbe essere riformata per trasformarla da strumento di influenza della maggioranza politica in un vero servizio pubblico indipendente. L’attuale sistema concentra infatti il potere di nomina tra governo e Parlamento, creando problemi di lottizzazione ad ogni alternanza politica.
Propongo la formazione di un CdA di 7 membri con mandato di 5 anni, non rinnovabile consecutivamente. Verrebbero esclusi coloro che negli ultimi 10 anni abbiano ricoperto incarichi di direzione nazionale o regionale di partito, cariche elettive oppure ruoli retribuiti in strutture riconducibili ai partiti; Tre membri sarebbero eletti dal personale interno tramite un collegio elettorale composto da delegati scelti proporzionalmente da ogni sede, con voto ponderato per categoria: giornalisti e redattori (40%), personale tecnico-produttivo (35%) e amministrativi (25%), sotto vigilanza AGCOM. Altri tre consiglieri sarebbero selezionati per competenza da una nuova Autorità per la Garanzia del Servizio Pubblico Radiotelevisivo, composta da 5 garanti nominati dal Presidente della Repubblica su indicazione di CSM, Corte dei Conti e CNEL. Il presidente della RAI sarebbe invece nominato dal Presidente della Repubblica tra personalità di alto profilo istituzionale.
Il Direttore Generale sarebbe nominato dal CdA con maggioranza di 5/7 e soggetto alle stesse incompatibilità politiche. I direttori di testata sarebbero nominati dal CdA su proposta delle redazioni, con voto consultivo dei giornalisti.
Il contratto di servizio continuerebbe a essere approvato dal Parlamento a maggioranza semplice, ma con parere obbligatorio di AGCOM entro 60 giorni. In caso di parere negativo, sarebbe necessaria una maggioranza dei 3/5 dopo una procedura di conciliazione obbligatoria. Se entro 9 mesi dalla scadenza non venisse raggiunta un’intesa, il contratto precedente verrebbe prorogato per un anno e il Presidente della Repubblica nominerebbe un commissario ad acta incaricato di predisporre una nuova bozza. La Commissione parlamentare di vigilanza manterrebbe esclusivamente funzioni di controllo successivo, senza alcun potere di nomina.
Il finanziamento resterebbe basato sul canone in bolletta per garantire bassa evasione, ma diventerebbe progressivo: esenzione totale sotto i 10.000 euro di ISEE; canone da 90 euro tra 10.000 e 38.000 euro; 150 euro tra 38.000 e 55.000 euro; 220 euro tra 55.000 e 80.000 euro; 320 euro oltre gli 80.000 euro (questi numeri sono solo delle proposte da rivedere sulla base del gettito stimato). Over 75 e percettori di assegno di inclusione o altre misure equivalenti sarebbero esentati automaticamente. Per chi non dispone di DSU verrebbe introdotta un’autocertificazione semplificata con controlli a campione.
L’eventuale riduzione di gettito, potrebbe essere compensata da un Fondo per il Servizio Pubblico finanziato tramite una compartecipazione obbligatoria dello 0,05% del gettito IRPEF, automatica e non soggetta alla discrezionalità delle leggi di bilancio.
Una quota pari al 10-15% del gettito annuo del canone sarebbe destinata a RaiPlay e alle produzioni originali digitali, in modo tale da rendere la piattaforma competitiva rispetto ai competitor privati. L’archivio storico di piena proprietà RAI diverrebbe progressivamente accessibile gratuitamente in streaming; per i contenuti con diritti di terzi sarebbe prevista la sola visione tramite DRM, limitatamente ai materiali per cui la RAI possieda già i diritti di diffusione online.
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