Modifiche a "SLOW AI Manifesto per intelligenze artificiali buone, pulite e giuste -Le città, i dati, il nostro futuro"

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    Questo testo è una traccia aperta. È il punto di partenza per scrivere insieme, in un percorso partecipato da ottobre a gennaio, il Manifesto delle Città promosso da Alleanza Verdi e Sinistra. Serve a cominciare la discussione, non a chiuderla.
    Non siamo contro la tecnologia. Siamo contro lo spreco.

    Slow non vuol dire lento

    Qualche decennio fa, in Italia, qualcuno ha avuto il coraggio di dire che il cibo non è solo carburante. Slow Food non è nato contro il cibo: è nato contro il fast food, contro un modo di produrre che appiattiva i sapori, consumava la terra e sfruttava chi la lavora. E ha rimesso al centro tre parole semplici: buono, pulito e giusto.

    Oggi le intelligenze artificiali vivono la loro stagione “fast”. Modelli sempre più grandi, data center sempre più affamati di energia e di acqua, tutto automatizzato perché si può, tutto subito perché lo chiede il mercato. Ci dicono che l’unica scelta è correre, e che chi si ferma a fare domande è contro il progresso.

    Noi non ci crediamo. Slow AI non vuol dire andare piano: vuol dire sapere dove si va, chi guida e chi paga il viaggio.

    Due errori da evitare

    Il primo è l’entusiasmo cieco: pensare che le IA siano solo una questione di prestazioni, di modelli più potenti, di velocità, come se fossero fatti neutri. Il secondo è il lamento: elencare i danni e fermarsi lì, come se non ci fosse niente da fare.

    Noi scegliamo una terza strada. Vediamo i rischi, ma cerchiamo le soluzioni. Vogliamo usare queste tecnologie, ma a condizioni nostre: democratiche, sostenibili, condivise.

    Buona, pulita, giusta

    Tre parole prese in prestito dal cibo, perché valgono anche per l’intelligenza artificiale.

    Buona: IA che servono davvero

    Un’intelligenza artificiale è buona quando migliora la vita delle persone, non solo i bilanci di chi la vende. Quando rende i servizi pubblici più rapidi e più umani, aiuta la scuola, la sanità, la mobilità, la ricerca. Quando ci restituisce tempo invece di rubarcelo. Quando non ruba lavoro umano ma lo trasforma.

    Non sono buone IA che si misurano in clic e ore di attenzione catturata. Non sono buone IA che vendono condizionamento psicologico, oggi una delle merci più redditizie del mercato. E non è buona una città trasformata da luogo di relazioni in un dispositivo di sorveglianza e controllo.

    Pulita: per IA senza sprechi

    Le IA non vivono “nella nuvola”. Vivono in capannoni enormi che consumano elettricità, acqua per il raffreddamento, suolo, rete elettrica; che producono calore e rumore. I data center stanno arrivando vicino a noi, sempre più grandi e sempre più in fretta, e rischiano di ridisegnare i territori senza che nessuno lo abbia deciso.

    IA pulite usano solo energia rinnovabile, non tolgono acqua ai territori, non consumano nuovo suolo, restituiscono il calore che produce alla città. E usano lo strumento giusto per il compito giusto: non serve un modello gigantesco per ogni domanda, così come non serve un camion per consegnare una lettera. La sobrietà non è una rinuncia: è intelligenza.

    Giusta: IA che non ci espropriano e valorizzano il lavoro umano

    Ci chiamano “utenti”, come se fossimo spettatori passivi. Non è così. Ogni volta che facciamo una domanda a un’IA, cerchiamo una strada, scriviamo un messaggio, leggiamo un articolo, produciamo valore. Le grandi piattaforme sono una fabbrica planetaria in cui miliardi di persone lavorano gratis. E spesso pagano pure per farlo.

    È la più grande espropriazione della nostra epoca: chi produce valore non ha alcun diritto su quel valore. I dati, che sono intimi e pubblici quanto l’acqua, vengono privatizzati. E a volte sono le stesse amministrazioni pubbliche a consegnarli alle multinazionali, regalando sapere e finanziando chi è già potentissimo.

    IA giuste mettono al centro il lavoro delle persone. Non servono a tagliare posti, ma a renderli migliori: meno fatica ripetitiva, più tempo per ciò che solo un essere umano sa fare, cioè ascoltare, curare, insegnare, creare, giudicare. Se l’automazione fa risparmiare tempo e denaro, quel guadagno deve tornare a chi lavora: in formazione, in salari, in riduzione dell’orario, in nuova occupazione di qualità. Il valore di un’innovazione si misura anche da quanti buoni posti di lavoro crea, non da quanti ne cancella.

    IA giuste riconoscono anche che i dati e il sapere collettivo sono beni comuni. Restituiscono una parte della ricchezza a chi la genera. Garantiscono a tutte e a tutti una connessione veloce, ovunque e a costo minimo, se non gratuita. E,, soprattutto non decidono al posto nostro: la responsabilità di una scelta resta sempre alla comunità e, quando conta, a persone in carne e ossa, con nome e cognome.

    L’algoritmo non decide. Decidiamo noi.

    Perché partire dalle città

    La città è il palcoscenico di questa trasformazione, ma anche il suo motore. È qui che si producono i dati. È qui che arrivano i data center. È qui che le IA entrano negli uffici pubblici, nei trasporti, nelle scuole, nei servizi. Ed è qui che, se non facciamo niente, gli algoritmi scriveranno un piano regolatore privato delle nostre vite.

    Ma le città hanno già saputo tenere testa a poteri molto forti. I piani regolatori hanno imposto limiti alla speculazione per fare spazio a piazze, servizi, luoghi d’incontro. Le Casse di Risparmio sono nate spesso dalle comunità locali per governare qualcosa di privatissimo come il risparmio. Le politiche dei servizi hanno liberato tempo e costruito diritti. Possiamo farlo di nuovo.

    L’Europa ha fatto il primo passo

    Con l’”AI Act” (Regolamento UE 2024/1689) l’Europa ha fissato regole comuni: vieta gli usi più pericolosi per i diritti fondamentali e classifica i sistemi di IA in base al rischio. È una base necessaria, ma non basta.

    Restano aperte le domande politiche: chi governa questa trasformazione? Chi si prende la ricchezza che produce? Che potere hanno le città e chi ci vive? È da qui che partiamo.

    Nessuna innovazione senza conflitto

    Nessuna grande tecnologia si è limitata ad aggiungere strumenti alla nostra vita: ha sempre cambiato il modo di vivere, lavorare, stare insieme. E ogni volta sono stati il confronto e la contrattazione a renderla più giusta. Vale anche oggi. Le grandi piattaforme devono sedersi al tavolo con le comunità e contrattare con loro scopi, regole e funzionamento dei loro sistemi.

    Cosa proponiamo

    Le prime proposte concrete, pensate in particolare per le città che andranno al voto nelle prossime elezioni amministrative.

    1.     IA pubbliche trasparenti. Ogni sistema di Intelligenza Artificiale usato dal Comune sui dati dei cittadini deve essere contrattato, verificabile, riprogrammabile e trasparente, come lo sono i sistemi sanitari o finanziari. Serve un osservatorio pubblico che si accorga quando le grandi piattaforme cambiano i loro algoritmi, perché in quel momento cambiano le regole del gioco.
    2.     Data center decisi insieme. Dove e come costruirli lo decide la programmazione pubblica, non il mercato. Condizioni minime: zero nuovo consumo di suolo, solo energia rinnovabile, acqua non sottratta al territorio, calore recuperato per la città. L’obiettivo sono data center sostenibili, diffusi e distribuiti.
    3.     Il lavoro prima dell’algoritmo. Ogni introduzione delle IA nella pubblica amministrazione e nei servizi va contrattata con chi ci lavora e con i sindacati. Nessun taglio di personale giustificato dall’automazione; il tempo liberato si reinveste in servizi più umani, formazione continua e nuova occupazione. Negli appalti pubblici di tecnologia, clausole sociali che tutelino e valorizzino il lavoro umano.
    4.     I dati della città alla città. Come già avviene in altre città europee, chiediamo una norma che permetta ai Comuni di ottenere gratuitamente, in forma anonima, i dati raccolti sul territorio dalle aziende tecnologiche, per usarli a fini di interesse pubblico. E una multiutility metropolitana dei dati che li gestisca come un bene comune.
    5.     Le memorie della città. Archivi, lingue, saperi, storie: il patrimonio di conoscenza di una città può servire ad addestrare in modo trasparente e condiviso le intelligenze artificiali pubbliche del territorio.
    6.     Una parte del valore torna indietro. Non contrattiamo solo l’uso dei dati, ma anche una parte della ricchezza che milioni di persone generano ogni giorno, senza saperlo, per le piattaforme.
    7.     Un assessorato alle reti e ai dati. Com’è possibile che aziende lontane sappiano tutto di noi, minuto per minuto, e che l’unico soggetto senza potere su quei dati sia il Comune? Ogni città deve avere una delega politica sui flussi di informazione, fondata sul principio della condivisione.
    8.     Sapere per tutte e per tutti. Un grande piano di alfabetizzazione digitale che parta da scuola, università e ricerca e accompagni le persone per tutta la vita. E una rete digitale uguale in ogni quartiere e in ogni territorio, indipendentemente da quanto “rende” al mercato.

    Chi lo fa

    Amministrazioni coraggiose. Giunte, Consigli comunali e municipi capaci di negoziare con i fornitori di tecnologia e di coinvolgere cittadine e cittadini nelle decisioni automatizzate. È il legame con i territori a creare un’intelligenza collettiva in grado di competere con le grandi piattaforme.

    Il lavoro e la società civile. Sindacati, associazioni, comitati, reti civiche: luoghi dove nascono i conflitti concreti e dove si inventano le soluzioni locali.

    Le nuove generazioni. Ragazze e ragazzi nati nel digitale, che vivono le IA non come un mistero ma come un pezzo del loro mondo, come la rete o la televisione per chi è venuto prima. Vogliamo dare loro voce e spazio per guidare: nella ricerca, nelle università, nelle imprese, nelle amministrazioni.

    Un invito
    Non vogliamo piegarci al determinismo tecnologico, secondo cui tutto ciò che la tecnica può fare va fatto per forza. E non vogliamo nemmeno restare a guardare. 
    Vogliamo usare le Intelligenze Artificiali per servizi pubblici migliori, per la ricerca, per il lavoro di qualità, per una mobilità popolare, per una scuola pubblica e partecipata, per un’accessibilità vera.

Titolo (Italiano)

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