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Modifiche a "Il "potere del carrello" è un'illusione. Perché le scelte individuali non salveranno il sistema alimentare."

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    Sono onnivoro, ma riconosco che il nostro modello di produzione e consumo di carne non è né etico, né sano, né sostenibile.

    Comprendo le scelte individuali – siano esse vegane, vegetariane o flexitariane – tuttavia ritengo improbabile che la loro somma possa produrre effetti rilevanti sulle modalità e sulle quantità di produzione. Non credo, insomma, nella sovranità del singolo consumatore e nel presunto "potere del carrello".

    A mio avviso, ciò che ha radicalmente trasformato (ed espanso) il consumo di carne è stata la programmazione dei comportamenti d'acquisto nei supermercati della Grande Distribuzione Organizzata (GDO). Negli ultimi trent'anni, a ogni restyling dei punti vendita, i reparti a vendita assistita sono stati ridotti a favore di un'espansione dei banchi frigoriferi a libero servizio. Nei reparti macelleria si è passati da alcuni frigoriferi a pozzetto per i prodotti preconfezionati a decine di metri lineari di banchi frigo. Queste scelte strategiche della GDO hanno trasformato radicalmente le abitudini di consumo a valle e le modalità di produzione a monte, oltre ad aver deprezzato le competenze professionali e aumentato esponenzialmente gli sprechi alimentari, i consumi energetici e l'uso di imballaggi plastici.

    Sul fronte dei consumi, è evidente come la modalità del libero servizio, basata sull'impulso, abbia aumentato la quantità di carne nel carrello. Questo incremento degli acquisti ha richiesto un aumento della produzione e una totale programmabilità per garantire banchi frigoriferi sempre riforniti. Una simile esigenza di forniture costanti e puntuali può essere soddisfatta solo trasformando l'allevamento in industria e l'animale in un'unità di produzione. Basti pensare al pollo: se negli anni '80 raggiungeva il peso di macellazione in 90-120 giorni, negli anni 2000 i giorni sono scesi a 50-70, fino ad arrivare ai 35-50 attuali. L'animale viene così ridotto a una sagoma proteica, e a un unico mantra: la programmabilità industriale al servizio della GDO.

    È chiaro che questo doppio binario, la mutazione degli acquisti a valle e della produzione a monte, ha portato con sé una svalutazione del lavoro qualificato: meno macellai al bancone e più addetti al confezionamento al rifornimento degli scaffali. È aumentato anche lo spreco di carne: il prodotto preaffettato e preconfezionato si ossida rapidamente e, non attraente all’occhio del consumatore, non può essere recuperato o lavorato, poiché manca o è considerato "antieconomico" un reparto di macelleria interna che possa riutilizzarlo nella gastronomia. A questo si aggiunge l'impatto ambientale: per stimolare l'acquisto d'impulso si utilizzano frigoriferi aperti, privi di barriere, che causano un'enorme dispersione termica. Infine, vanno considerate le enormi quantità di vaschette di plastica necessarie a rendere il prodotto attraente e facilmente stoccabile; un materiale straordinario per i beni durevoli perché quasi eterno, ma devastante se impiegato nell'imballaggio usa e getta.

    Nonostante tutte queste esternalità negative ed assurdità sistemiche, il sistema si regge solo se riesce a mantenere il prezzo della carne estremamente basso. E poiché la GDO può farlo unicamente comprimendo i margini dei produttori, a questi ultimi devono compensare i minimi guadagni unitari attraverso grandi volumi. Ma i grandi volumi generano investimenti che generano contratti in cui il produttore si “lega mani e piedi” al suo acquirente centralizzato, e questi  grandi volumi, a loro volta, esigono la programmazione dei consumatori per remunerare gli investimenti della GDO: il pubblico deve acquistare in grandi quantità. È il grande tema della megamacchina che si autoalimenta.

    Tornando al punto di partenza: è davvero possibile che le scelte etiche dei singoli, una volta sommate, riescano a invertire la rotta a livello aggregato, mentre l'intero sistema  programma un consumo sempre maggiore? Credo si tratti di uno sforzo lodevole per il benessere personale, ma scarsamente efficace a livello collettivo. Cosa serve, allora? A mio avviso, serve agire come consumatore collettivo. La soluzione sta nel regolamentare e ridurre gli spazi a libero servizio nella GDO, imponendo il ritorno a una prevalenza di vendita assistita. Un criterio concreto potrebbe essere, ad esempio, fissare un limite massimo di metri quadrati destinati ai reparti frigo self-service in rapporto alla superficie totale del punto vendita.

    Richiederebbe più tempo per fare la spesa? Certamente sì. Aumenterebbe il prezzo della carne? Certamente sì. Ma in questo modo torneremmo a ridefinire le filiere a monte, a valorizzare il lavoro qualificato e ad abbattere gli sprechi. Solo allora si potrà davvero lavorare sulla cultura del consumo, spostando la carne dal centro del piatto a un ruolo di contorno. Non per escluderla necessariamente dalla dieta, ma per restituirle lo status di uno dei tanti elementi di un'alimentazione equilibrata, da bilanciare secondo le libere esigenze di ciascuno.

Titolo (Italiano)

  • +Il "potere del carrello" è un'illusione. Perché le scelte individuali non salveranno il sistema alimentare.

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