Modifiche a "BIODISTRETTI:governance integrata per la tutela della biodiversità e il rilancio delle comunità"
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Una nuova governance territoriale tra biodiversità, fertilità, suolo, comunità ed enti locali.
In un’Italia attraversata dalla crisi climatica, dalla perdita di biodiversità, dal consumo di suolo e dallo svuotamento delle aree interne, i biodistretti possono rappresentare molto più di uno strumento agricolo. Possono diventare una nuova forma di governance territoriale capace di unire ambiente, economia locale, partecipazione e coesione sociale.Per troppo tempo il biologico è stato raccontato quasi esclusivamente come segmento di mercato o scelta individuale di consumo. I biodistretti cambiano prospettiva. Non mettono al centro soltanto la certificazione biologica, ma il rapporto tra territorio, comunità e sviluppo locale.Esiste già una cornice normativa nazionale che riconosce questo approccio. La Legge 9 marzo 2022 n.23 sul biologico, all’articolo 13, introduce i biodistretti come sistemi produttivi locali nei quali agricoltori, cittadini, enti pubblici, associazioni e attività economiche collaborano per valorizzare produzione biologica, biodiversità e risorse territoriali. A questa si aggiunge la Legge Regionale Emilia-Romagna 3 ottobre 2023 n.14, una delle prime esperienze regionali organiche sul tema.Oggi però il tema non può fermarsi al semplice riconoscimento normativo. Serve una nuova fase politica.Ed è qui che potrebbe inserirsi una proposta forte di Alleanza Verdi e Sinistra: trasformare i biodistretti da semplice strumento agricolo a vera infrastruttura della transizione ecologica italiana.Perché il punto non è soltanto sostenere qualche azienda biologica in più. Il punto è ricostruire economie territoriali resilienti, rafforzare le comunità locali e restituire centralità ecologica ai territori.Dentro un biodistretto convivono agricoltori, trasformatori, cittadini, scuole, associazioni, enti locali e realtà territoriali che collaborano per costruire un modello fondato sulla qualità ambientale, sulle filiere corte e sulla valorizzazione delle identità locali.
Questo significa:
promuovere mense scolastiche biologiche;
sostenere produzioni territoriali;
valorizzare varietà agricole tradizionali;
incentivare turismo lento;
sviluppare educazione alimentare;
costruire pratiche territoriali di adattamento climatico.
Ma soprattutto significa ricostruire relazioni sociali e comunitarie in territori sempre più fragili.Perché oggi molte aree rurali italiane soffrono non soltanto una crisi agricola, ma una vera crisi di comunità. Perdono servizi, identità, presidio umano e relazioni sociali. I biodistretti possono invece rappresentare uno spazio di cooperazione territoriale capace di ricostruire un rapporto tra agricoltura, paesaggio, economia locale e partecipazione democratica.Ed è qui che il tema incontra una delle questioni più decisive del nostro tempo: il suolo.Per decenni l’agricoltura convenzionale intensiva ha trattato il terreno come semplice supporto produttivo, impoverendolo progressivamente attraverso monoculture, fertilizzanti chimici, pesticidi e lavorazioni aggressive. Ma il suolo non è una superficie inerte. È uno degli ecosistemi viventi più complessi e preziosi esistenti.Dentro pochi centimetri di terreno fertile vive una quantità enorme di microorganismi, batteri, funghi, insetti e materia organica che costituiscono una gigantesca banca di biodiversità invisibile.Un suolo sano trattiene acqua, assorbe carbonio, rigenera nutrienti, riduce erosione e desertificazione e mitiga gli effetti climatici estremi.Quando invece un suolo perde sostanza organica e biodiversità perde anche la sua capacità di funzionare come infrastruttura naturale.Molti terreni impoveriti dall’agricoltura intensiva oggi assorbono meno acqua e trattengono meno CO2. In pratica smettono progressivamente di funzionare come spugne naturali.
Ed è qui che il tema agricolo si intreccia direttamente con la crisi climatica.
Le piogge violente causate dai cambiamenti climatici trovano sempre più spesso territori incapaci di assorbirle. L’acqua scorre superficialmente, aumenta erosione, cresce il rischio idrogeologico e diminuisce la capacità di ricarica delle falde.
Un suolo fertile e ricco di sostanza organica invece rallenta il deflusso delle acque, trattiene umidità, riduce gli effetti della siccità e contribuisce all’assorbimento della CO2 atmosferica.
Per questo i biodistretti non possono essere considerati semplicemente una politica agricola. Sono una politica climatica, ambientale, sociale e democratica.Ed è proprio per questo che AVS potrebbe assumere questo tema come uno dei pilastri di una nuova idea di sviluppo territoriale.Esiste già una legge nazionale sui biodistretti. Ma oggi serve un salto di scala politico ed economico.Serve finanziare molto di più queste aggregazioni territoriali. Serve costruire fondi permanenti dedicati, integrare i biodistretti nelle strategie climatiche nazionali, favorire conversione agroecologica, filiere corte, mense pubbliche biologiche e tutela delle varietà locali.Ma soprattutto serve riconoscere che il territorio non può essere governato esclusivamente dalle logiche del mercato.I biodistretti rappresentano infatti un modello alternativo di sviluppo fondato sulla cooperazione, sulla biodiversità, sulla fertilità del suolo e sulla ricostruzione delle comunità locali.Perché oggi la vera sfida non è soltanto produrre di più.
È decidere come produciamo, quale rapporto costruiamo con il territorio e quale futuro vogliamo lasciare alle prossime generazioni.
Titolo (Italiano)
- +BIODISTRETTI:governance integrata per la tutela della biodiversità e il rilancio delle comunità