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    (Se siamo quello che mangiamo perché non cambiare le nostre NON più SOSTENIBILI abitudini alimentari ? )

    Sempre più allevamenti intensivi in Europa, più dell80% della carne proviene da allevamenti intensivi, in Italia addirittura l’85% dei polli e oltre il 95% dei suini sono allevati intensivamente. Gli allevamenti in acquacoltura – che in Italia producono circa 130mila tonnellate l’anno –   non sono meno problematici.

    Alcuni critici affermano anche che la crescita degli allevamenti intensivi è stata stimolata, almeno in parte, dall’attuale sistema di sussidi agricoli erogati dalla Politica agricola comune (Pac) dell’Unione europea che favoriscono le aziende più grandi rispetto a quelle più piccole, costringendo queste ultime ad adeguarsi o a chiudere. Si stima che tra il 2005 e il 2020 l’Ue abbia perso 5,3 milioni di allevamenti, per lo più di piccole dimensioni

    Gli impatti degli allevamenti intensivi sono devastanti a livello ambientale, sanitario, socio-economico ed etico. 

    Anche per quanto riguarda l’impatto dell’industria del latte l’inquinamento prodotto dalle tredici più grandi aziende del settore lattiero-caseario al mondo supererebbe addirittura quello dei principali giganti dei combustibili fossili

    Contribuendo infatti alla distruzione della biodiversità e all’accelerazione del cambiamento climatico, il modello di produzione intensivo – sia di carni che di colture – compromette i cicli rigenerativi del sistema Terra, mettendo al collasso la futura capacità di approvvigionamento di cibo su scala globale.

    Si stima che circa il 14.5% delle emissioni antropogeniche globali di gas serra proviene dalla produzione animale complessiva (inclusi allevamenti intensivi e relative filiere) mentre 73% del consumo globale di antimicrobici è riconducibile alla produzione animale, facendone il fattore trainante della crisi dell’antibiotico-resistenza. Secondo l’Ufficio europeo dell’ambiente, il settore zootecnico dell’Ue nel suo complesso, comprendente sia la produzione intensiva che quella convenzionale, è una delle principali fonti di inquinamento dell’aria, del suolo e delle acque, responsabile del 12-17 per cento delle emissioni totali di gas serra dell’Ue, nonché un fattore chiave della perdita di biodiversità.

    Le valutazioni scientifiche più autorevoli sul clima e sui sistemi alimentari, incluse quelle dell’IPCC (in particolare lo Special Report on Climate Change and Land), indicano che il raggiungimento degli obiettivi climatici richiede una forte riduzione del consumo di prodotti di origine animale, soprattutto nei paesi ad alto reddito.

    Ridurre il consumo al 10% dei livelli attuali significherebbe scendere a circa 7-8 kg di carne all’anno per persona, equivalenti a circa 600-700 grammi (circa due bistecche) al mese. In questo scenario, sistemi di allevamento a più alto standard di benessere e minore intensità potrebbero diventare compatibili con i limiti ecologici, non perché siano intrinsecamente “più efficienti”, ma perché inseriti in un sistema alimentare con una domanda complessiva molto più bassa.

    L'Olanda ha stabilito di ridurre del 30% il numero di animali allevati entro il 2030. È il primo Paese europeo a farlo. Il governo ha stanziato un fondo di 25 miliardi di euro per comprare e chiudere migliaia di aziende agricole. Lo scopo è tagliare l'inquinamento da azoto e salvare l’ambiente. La Commissione Europea ha dato il via libera a un piano olandese da 615,7 milioni di euro il cui obiettivo è pagare gli allevatori affinché riducano il numero delle proprie mucche.

    Non si tratta di chiudere le aziende, ma di passare a un modello “estensivo”: meno capi, più spazio, meno emissioni. Lo Stato coprirà fino al 100% dei costi e delle perdite di reddito, arrivando a pagare circa 1.600 euro per ogni vacca “in meno”, a patto che l’allevatore rinunci definitivamente ai propri diritti di produzione (i cosiddetti diritti sui fosfati). L’obiettivo è eliminare circa 64 mila animali.

    Proposte ALTERNATIVE e soluzioni:

    Cambiare abitudini alimentari per una dieta più vegetale. 

    Proporre una educazione alimentare “economia domestica sostenibile” soprattutto all’interno delle mense scolastiche 

    Diffondere una "nutrizione salutare", finalizzata al fare una "spesa consapevole" e cioè acquistare la carne non al supermercato ma in piccoli centri, o in botteghe che certifichino la provenienza se non direttamente dai produttori.

    Abolizione dei sussidi pubblici europei – distribuiti tramite la Politica Agricola Comune (PAC) – verso chi produce in maniera intensiva

    Due modelli alternativi: l’allevamento biologico e l’allevamento estensivo

    La soluzione ad oggi sembra essere un’agricoltura biologica, maggiormente rispettosa dei ritmi naturali e con una ridottissima (o nulla) presenza della componente animale.

    Incentivare e diffondere l'etica dell’animale come creatura senziente con pari dignità a quella umana.

Titolo (Italiano)

  • +Siamo quello che mangiamo.