Modifiche a "Il Capitalismo vi sta portando al dirupo e voi volete solo tenervi per mano? perché "nessuno resti indietro" è l'ultima bugia della Sinistra"
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Nel panorama politico contemporaneo, lo slogan *"Nessuno resti indietro"* è diventato il baricentro etico e retorico di ogni proposta progressista, ecologista e di sinistra. Si tratta di una formula apparentemente inappuntabile, che fa appello ai valori della solidarietà, della coesione sociale e dell'inclusione. Tuttavia, questo manifesto svela la sua natura di feticcio ideologico. L'ideologia non è una semplice illusione che maschera la realtà, ma la struttura stessa che dà forma ai nostri rapporti sociali quotidiani, permettendoci di accettarli. Lo slogan in questione non contesta il funzionamento intrinseco del mercato globale e le sue asimmetrie strutturali; ne accetta la logica di fondo, proponendosi unicamente di mitigarne gli effetti collaterali più brutali. Opera così come un anestetico politico, un elemento consolatorio che serve a legare insieme la coscienza del progressista, permettendogli di convivere con la catastrofe sociale ed ecologica in corso senza dover mai tentare un atto politico reale, ovvero quel gesto radicale che ridefinisce le coordinate di ciò che è considerato possibile o "realistico" nei rapporti di forza economici.
Il problema di questo approccio risiede nella sua natura intrinsecamente terapeutica e palliativa. Nel capitalismo della tarda modernità, la solidarietà è stata completamente sussunta dalle dinamiche di mercato, dando vita a un "capitalismo culturale" in cui l'atto della gestione politica e la riparazione del danno sociale sono fusi in un unico movimento. Si propone un assistenzialismo basato su bonus temporanei e micro-sussidi per far sentire i ceti medi urbani con la coscienza pulita, mentre le strutture dello sfruttamento rimangono intatte. Le forze progressiste si trasformano così nelle ambulanze del capitale, agenzie umanitarie che ripuliscono i campi di battaglia generati dalle politiche neoliberiste. Dire "nessuno resti indietro" significa accettare tacitamente che la normalità di questo sistema economico consista nel produrre costantemente scarti umani – disoccupati strutturali, lavoratori poveri e precari – e rispondere a questa violenza con palliativi burocratici. Si tratta di un imperativo cinico: continuare a correre tutti quanti nella stessa folle direzione, verso il collasso ecologico e sociale, ma con la premura di raccogliere i feriti lungo la strada affinché non si ribellino contro la corsa stessa.
La mistificazione principale consiste nel trattare la povertà e l'esclusione come anomalie contingenti, disfunzioni temporanee di un sistema altrimenti sano. In realtà, la produzione di una massa di esclusi è la precondizione necessaria per il funzionamento del capitalismo globale. Dare un incentivo emergenziale senza modificare i rapporti di proprietà e di produzione significa pagare le classi subalterne affinché rimangano docili. L'assistenzialismo diventa la droga ideale per anestetizzare il conflitto di classe. Il welfare state tradizionale è stato ridotto a un sistema di micro-transazioni burocratiche che frammentano i bisognosi in mille categorie, mettendoli in competizione tra loro per l'accesso a risorse scarse. Per superare questa ipocrisia liberale, è necessario ribaltare le coordinate del discorso: il problema politico primario non è chi rimane escluso dal mercato, ma il funzionamento stesso del mercato. Non dobbiamo porci l'obiettivo di "includere" paternalisticamente i poveri in un sistema alienante; l'obiettivo deve essere la distruzione dei meccanismi che producono la povertà. La vera inclusione è la riappropriazione dei mezzi di produzione da parte di chi manda avanti la società con il proprio lavoro.
Questo concetto si frammenta oggi in una galassia di politiche identitarie e battaglie per il riconoscimento di singole minoranze, slegate da una visione economica complessiva. La frammentazione del corpo sociale in una miade di micro-identità è una trappola funzionale al capitalismo globale, che digerisce e mercifica perfettamente ogni diversità culturale. Il gergo accademico e inclusivo delle metropoli, focalizzato su battaglie linguistiche e simboliche, genera un profondo risentimento nelle classi lavoratrici tradizionali e nei ceti impoveriti, regalando la classe operaia alla destra populista. La vera emancipazione si ottiene parlando il linguaggio universale delle strutture materiali: ospedali pubblici efficienti, salari minimi dignitosi, contratti stabili e case popolari. L'universalismo di sinistra si fonda sull'identificazione con la parte che non ha parte: con il disoccupato cronico, il lavoratore della gig economy, il migrante privo di tutele. La loro esistenza dimostra che la struttura attuale è intrinsecamente ingiusta; la vera politica emancipatoria consiste nel cambiare l'intera architettura della società partendo dalle necessità materiali di chi ne viene escluso.
Se si vuole che il principio di non lasciare indietro nessuno cessi di essere una vuota promessa sentimentale, la sussistenza biologica e sociale delle persone deve essere sottratta al ricatto del valore, del profitto e della merce. La proposta politica deve tradursi in interventi strutturali che colpiscano la proprietà e la distribuzione della ricchezza, rifiutando le logiche del localismo nostalgico. È necessaria la demercificazione totale dei beni comuni e dei servizi essenziali, con l'istituzione di un regime di gratuità assoluta e incondizionata per i pilastri della vita sociale. La sanità e la ricerca scientifica devono essere interamente statalizzate e sradicate dai monopoli delle multinazionali farmaceutiche. L'istruzione deve prevedere l'accesso universale, privo di barriere di censo e slegato dalle richieste di aziendalizzazione. Il diritto all'abitazione richiede il blocco delle speculazioni immobiliari, un piano monumentale di edilizia pubblica e l'espropriazione o il riutilizzo sociale degli immobili lasciati vuoti dai grandi fondi di investimento.
In secondo luogo, serve il Reddito Universale Incondizionato come leva di potere contrattuale. A differenza della visione neoliberale, che vede i sussidi come un ammortizzatore sociale per gestire i licenziamenti o la disoccupazione tecnologica, il reddito incondizionato deve essere uno strumento di liberazione e di ricatto dei lavoratori contro il capitale. Se ogni essere umano ha garantito il minimo vitale per esistere in dignità senza l'obbligo o l'angoscia di dover accettare qualsiasi impiego precario o sottopagato per non morire di fame, il potere contrattuale delle classi subalterne aumenta in modo rivoluzionario, spezzando la catena dell'alienazione.
Infine, è indispensabile la pianificazione economica e la centralizzazione coercitiva delle risorse. Di fronte alla crisi climatica e al collasso degli ecosistemi, l'idea che i mercati possano autoregolarsi attraverso "incentivi green" o tasse sul carbonio è un'illusione suicida. Lo Stato deve assumere un ruolo direttivo, pianificatore e centralizzato, mettendo in atto una mobilitazione totale delle risorse civili analoga a quella delle emergenze belliche. Lo Stato deve assumere il controllo diretto e la proprietà pubblica delle industrie strategiche, della produzione energetica e della catena di distribuzione alimentare, pianificandole in base ai bisogni collettivi della popolazione e ai limiti biofisici della Terra, e non in base alle fluttuazioni dei mercati finanziari. Il mito delle transizioni ecologiche guidate dal mercato va abbandonato a favore di una riconversione ecologica pianificata dall'alto e partecipata dal basso.
L'unica proposta sensata che una forza che si definisce di sinistra e ambientalista può fare è quella di rompere con il "realismo capitalista", ovvero con quell'atteggiamento mentale secondo cui è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Finché si accettano le regole del gioco macroeconomico neoliberale, i vincoli di bilancio orientati all'austerità e la privatizzazione dei servizi, ogni promessa di "non lasciare indietro nessuno" rimarrà un atto di profonda malafede ideologica, una nenia consolatoria per un'umanità che cammina bendata verso il baratro. La vera solidarietà non si esprime consolando gli sconfitti del mercato o medicando le piaghe sociali attraverso micro-sussidi paternalistici; si esprime attaccando frontalmente la macchina capitalista che produce incessantemente quella sconfitta e quella devastazione ambientale. È giunto il momento di abbandonare il ruolo di componente accomodante e "gentile" del sistema. La situazione storica attuale è catastrofica, ed è tempo di agire con la radicalità e la fermezza teorica che la realtà ci impone, avendo il coraggio di fermare la corsa folle della macchina prima che sia troppo tardi.
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