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Boschi della legalità

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Dai beni confiscati alle mafie alla rigenerazione ecologica dei territori

Esiste un modo concreto per unire lotta alle mafie, giustizia sociale e transizione ecologica: trasformare i beni confiscati alla criminalità organizzata in nuovi spazi pubblici di riforestazione, biodiversità e comunità.

Terreni agricoli abbandonati e aree degradate possono diventare boschi, parchi, corridoi ecologici e luoghi di educazione ambientale restituiti ai territori.

Da questa idea nasce la proposta dei “Boschi della legalità”: utilizzare il patrimonio confiscato alle mafie non soltanto per finalità sociali tradizionali, ma anche come infrastruttura ecologica pubblica capace di produrre benefici ambientali e sociali.

Negli ultimi anni l’Italia ha costruito una legislazione avanzata sul riutilizzo dei beni confiscati. La Legge 7 marzo 1996 n.109 ha introdotto il principio del riutilizzo sociale dei patrimoni mafiosi, mentre il Decreto Legislativo 6 settembre 2011 n.159, il Codice Antimafia, ha consolidato il sistema di gestione e assegnazione dei beni confiscati a enti locali, cooperative e associazioni.

Quella legge ha rappresentato una svolta storica: restituire collettivamente ai territori ciò che era stato sottratto dalla criminalità organizzata.

Oggi però molti terreni confiscati rischiano ancora di restare inutilizzati o degradati per mancanza di risorse e progettualità.

Ed è qui che la transizione ecologica può diventare occasione di rigenerazione pubblica.

In Emilia-Romagna questa idea è stata proposta collegando il riutilizzo dei beni confiscati al progetto regionale di forestazione “Mettiamo radici per il futuro”, con l’obiettivo di trasformare terreni sottratti alle mafie in nuovi boschi pubblici.

Non semplici piantumazioni simboliche, ma progetti capaci di produrre:

  • assorbimento di CO2;

  • tutela della biodiversità;

  • riduzione del dissesto idrogeologico;

  • miglioramento della qualità dell’aria;

  • nuovi spazi pubblici e sociali.

È una trasformazione profondamente politica e simbolica: un luogo nato dal profitto criminale può diventare un bene collettivo capace di produrre salute ambientale e comunità.Unire legalità e rigenerazione ecologica significa allora costruire una nuova idea di giustizia territoriale.

Oggi questo tema è ancora più urgente. Consumo di suolo, cementificazione e impoverimento ecologico hanno ridotto drasticamente la capacità naturale dei territori di assorbire acqua, trattenere carbonio e mitigare gli effetti climatici estremi.

alberi, boschi e suoli vivi rappresentano una delle più grandi infrastrutture naturali che possediamo:

  • assorbono CO2;

  • proteggono biodiversità;

  • riducono erosione e alluvioni;

  • migliorano resilienza climatica e qualità dell’aria.

Per questo riforestare Significa ricostruire equilibrio ecologico e qualità territoriale.

Esiste già una legislazione importante sul riutilizzo sociale dei beni confiscati. Ma oggi servono:

  • maggiori risorse economiche;

  • fondi permanenti;

  • semplificazioni amministrative;

  • supporto agli enti locali;

  • integrazione tra politiche climatiche e beni confiscati.

Una proposta nazionale potrebbe destinare una parte dei fondi per la transizione ecologica alla trasformazione dei terreni confiscati in boschi pubblici, parchi agricoli e corridoi ecologici.

Ma questa idea può andare anche oltre la riforestazione.

I terreni confiscati potrebbero diventare biodistretti, orti sociali, cooperative agricole, associazioni territoriali e progetti di agricoltura biologica capaci di valorizzare prodotti locali, creare reti sociali, inclusione e percorsi di recupero delle fragilità umane.

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