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Modifiche a "Purché a pagare il conto non sia il Sud"

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    C’è una frase che manca sempre nei programmi sulla transizione ecologica italiana: “non sarà ancora una volta il Sud a pagare il conto”.

    Perché ogni volta che a Roma si parla di ambiente, innovazione, sacrifici necessari e futuro sostenibile, al Mezzogiorno arriva il solito sospetto: bello il progresso, ma chi ci guadagna davvero? E soprattutto: chi si prende pale eoliche, distese di pannelli, trivelle mascherate da modernità, servitù energetiche e territori sacrificati?

    La proposta di AVS ha almeno il merito di dire una cosa chiara: basta dipendere da gas, petrolio e carbone, senza infilarsi nella costosissima illusione del nucleare. E già questo, in un Paese dove ogni crisi internazionale diventa una stangata in bolletta, è un cambio di prospettiva importante.

    Ma la questione vera è un’altra. La transizione ecologica non può diventare l’ennesima “questione meridionale energetica”. Non può funzionare così: il Sud produce energia “verde”, il Nord consuma, incassa, industrializza e decide. Perché questo film lo abbiamo già visto.

    Abbiamo dato acqua, braccia, terre, emigranti, industrie di Stato chiuse appena non servivano più, raffinerie, discariche e centrali. Adesso non possiamo diventare pure la colonia energetica “green” della penisola.

    Se davvero si vuole un’Italia 100% rinnovabile, allora bisogna avere il coraggio di dire alcune cose che nessuno dice mai.

    Primo: le Comunità Energetiche devono servire prima di tutto a liberare famiglie e piccoli comuni dalla povertà energetica, non a creare nuove rendite per grandi gruppi finanziari travestiti da salvatori del pianeta. L’energia prodotta nei territori deve abbassare davvero le bollette di chi quei territori li vive.

    Secondo: ogni grande impianto realizzato nel Mezzogiorno deve lasciare ricchezza stabile sul posto. Fabbriche di componenti, ricerca, manutenzione, posti di lavoro qualificati, università coinvolte, infrastrutture. Non solo qualche canone e paesi sfregiati per sempre.

    Terzo: la tutela paesaggistica non può valere solo per le colline del Nord o per le cartoline turistiche. Se il Gargano, la Basilicata, la Sicilia interna o la Sardegna vengono riempiti senza criterio di impianti industriali energetici mentre altrove si bloccano progetti per “impatto visivo”, allora non è ecologia: è colonialismo energetico.

    E poi c’è un’altra enorme verità che la politica evita accuratamente: l’Italia non ridurrà davvero le emissioni se milioni di persone continueranno a essere costrette a emigrare per lavorare. Un Paese sostenibile non è solo quello con i pannelli solari; è quello dove i cittadini possono vivere dignitosamente nel proprio territorio senza essere deportati economici.

    Per questo una seria legge climatica dovrebbe prevedere una clausola di giustizia territoriale: almeno una quota obbligatoria degli investimenti verdi nazionali deve andare al Sud, e deve creare occupazione stabile locale. Non basta installare infrastrutture: bisogna costruire futuro.

    Perché la transizione ecologica, se fatta male, rischia di diventare l’ennesima favola raccontata ai poveri mentre altri fanno affari miliardari. Ma se fatta bene, può essere la prima vera occasione storica per il Mezzogiorno di smettere di essere periferia e diventare il cuore energetico e produttivo del Mediterraneo.

    A una condizione però: che il Sud non venga trattato ancora una volta come il posto dove mettere ciò che altrove non vogliono.

Titolo (Italiano)

  • +Purché a pagare il conto non sia il Sud

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