Scuola e cultura: presidi di resilienza del territorio
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Vi sono aree del Paese, specialmente quelle periferiche, montane e rurali, in cui la combinazione tra inverno demografico e carenza di occupazione dignitosa sta spingendo verso lo spopolamento. In questo contesto, la politica deve compiere una scelta di campo: smettere di guardare ai numeri e iniziare a guardare ai territori.
Dobbiamo ribaltare la logica del dimensionamento scolastico: le istituzioni scolastiche nelle aree interne vanno mantenute puntando sulla qualità del servizio anziché sulla quantità delle iscrizioni. Se ci sono pochi giovani, non ha senso rincorrere un’istruzione standardizzata di massa; serve invece una scuola d’eccellenza, con classi ridotte che permettano di seguire meglio gli alunni fragili o con certificazione, che sia calata nella vocazione del territorio e che riduca lo spopolamento, specialmente per le giovani coppie.
È inutile proporre corsi AI in un territorio che non ha la vocazione ai servizi del terziario, magari sacrificando un istituto agrario o alberghiero, che avrebbero molto più senso.
Per fare questo serve un cambio di marcia:
Nuovi parametri di finanziamento: un alunno in un’area montana o periferica non può "pesare" quanto uno in città. Servono criteri che incentivino la funzione sociale della scuola come presidio contro l'abbandono.
Patti di comunità e spinta dall'alto: spesso le amministrazioni locali mancano di visione o di coraggio. Laddove la spinta dal basso è limitata, serve una direzione politica nazionale e regionale che rianimi i territori. Ma dove i cittadini si organizzano (come nel caso del comitato civico di cui faccio parte) per salvare l'ultima scuola superiore del nostro territorio (un Istituto Alberghiero), lo Stato deve rispondere presente!
I politici che stanno sostenendo questa lotta sono veramente pochi e, posso dirlo, tra i pochi ci sono un ex-consigliere regionale di EuropaVerde e un portavoce regionale GEV.
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