Scuola pubblica: tagliare le spese di guerra per contrastare l'emergenza educativa e garantire la democrazia

Ritirato

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PREMESSA
Le riforme dell’ultimo trentennio (dall'autonomia alla scuola-azienda) hanno demolito la scuola pubblica, riducendola a un ammortizzatore sociale e burocratico. Per invertire la rotta serve una scelta di campo radicale: lo Stato deve recuperare le risorse spostando i finanziamenti dalle spese militari e di guerra all'istruzione e attuando un contrasto spietato all'evasione fiscale. Solo così si può finanziare un piano strutturale che rimetta al centro la didattica, la sicurezza e la libertà d'insegnamento, valorizzando i docenti come intellettuali e non come burocrati d'aula.

La scuola attraversa problemi gravissimi, visibili nei fatti di cronaca eppure invisibili alla coscienza collettiva. L'opinione pubblica si accanisce contro il docente disagiato di turno, senza capire che il malessere è causato dall'istituzione stessa. Parliamo di un lavoro gravato da un altissimo tasso di burnout e disagio psichico di cui nessuno si assume la responsabilità, considerando che un docente su tre desidera cambiare lavoro. Questo declino ha radici profonde e ha visto nella Riforma Gelmini i tagli più gravi, come la trasformazione del Liceo Artistico in una scuola a vocazione lavorativa di basso livello, cancellando l'alta formazione artistica pubblica in Italia. Una linea che arriva fino ai recenti tagli sulle discipline curricolari degli istituti tecnici operati dal ministro Valditara. Riforme che hanno tagliato posti di lavoro e deliberatamente indebolito una categoria un tempo sindacalmente e socialmente forte orientata a sinistra.

Oggi la scuola si è trasformata in un luogo di controllo e repressione anziché essere comunità di formazione. Un modello quasi carcerario per ordine e disciplina imposti, basti pensare al sequestro quotidiano dei telefoni o al divieto di zone libere (chiunque abbia più di 25 anni ricorda la libertà di cui godevano gli studenti e non riconoscerebbe l'ambiente attuale). Per migliorare le condizioni di studenti e personale dobbiamo invertire la rotta subito. Questo documento non pretende di essere una riforma organica, ma una segnalazione urgente di misure necessarie e immediate per tamponare una situazione drammatica prima che degeneri definitivamente. Per restituire dignità al lavoro docente e proteggere gli studenti, si segnalano sette punti di intervento immediato.

1. Ritorno al Preside (Abolizione del Dirigente-Manager)
Le radici della scuola-azienda risalgono al Dlgs. 29/1993, il primo tassello che ha aperto la strada a un rapporto sempre più gerarchico. Successivamente, la Legge Bassanini (1997) ha introdotto formalmente l'autonomia scolastica, assegnando personalità giuridica, autonomia amministrativa e di bilancio alle scuole. Sotto la regia di Bassanini e del Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer (nel periodo 1997-1998) si è concretizzata la qualifica formale di "Dirigente Scolastico" con poteri manageriali legati all'autonomia, prevedendo la progressiva gerarchizzazione dei rapporti di lavoro interni e competenze di gestione competitiva delle risorse e degli iscritti.

L'abolizione della figura del Dirigente Scolastico aziendale è necessaria se l'obiettivo della sinistra è quello di dare avvio ad un sistema davvero democratico e collegiale. Il capo d'istituto deve tornare a essere un Preside: un docente coordinatore proveniente dall'indirizzo specifico della scuola (es. Classico o Artistico), con poteri ridotti e responsabilità condivise. L'attuale gestione monocratica blocca la democrazia, ostacola l'inclusione e impedisce agli studenti di manifestare liberamente il proprio pensiero e fare attività politica.
Trasformare la scuola in azienda si è rivelato diseducativo e pericoloso per il benessere di tutto il personale scolastico e per la società tutta. La scuola è il luogo dove si formano le relazioni più significative di una vita, dove si crea la comunità del futuro. L'essere umano non è un prodotto né una macchina, ma è condivisione, pensiero e relazione.

2. Classi di massimo 12-15 studenti (Stop alle "classi pollaio"*) 

Nessuna misura seria e credibile può non intervenire su questo aspetto. I tagli attuali stanno accorpando le classi mantenendo lo stesso numero di iscritti, rendendo la didattica insostenibile e impedendo ai docenti di seguire i ragazzi e di potersi relazionare con loro individualmente, peraltro in un momento di grave emergenza educativa, segnato da ansia, rabbia, violenza e depressione. Meno studenti sono indispensabili non solo per la cura della relazione quotidiana, ma anche per gestire in sicurezza eventuali uscite e qualsiasi tipo di attività. Anche in un momento normale, pensare alla classe come a un reggimento o a un allevamento intensivo non fa che rendere la scuola un luogo assolutamente inutile.
Per ristabilire la sicurezza, la cura della relazione e la dignità dell'insegnamento è urgente e necessario ridurre il numero di studenti per classe.

*Il fenomeno delle cosiddette “classi pollaio” va ricondotto sempre alla Riforma Gelmini: è essa infatti a stabilire che vi siano, per ogni classe, un minimo di 15 alunni fino a un massimo di 26/27 (o anche 29), che salgono addirittura a 32 alunni per classe se restano studenti da collocare. Tutto ciò è avvenuto senza prevedere alcun adeguamento delle strutture scolastiche, progettate a suo tempo per un numero di alunni di gran lunga inferiore, e quindi in totale spregio di qualsiasi norma sulla sicurezza.

3. Stabilizzazione, aumento degli stipendi e stop alla scuola-azienda
Piano straordinario di stabilizzazione dei precari e ripristino degli spezzoni orari e delle ore a disposizione per evitare la piaga dei docenti soprannumerari. Parallelamente, è necessario un aumento degli stipendi netti che riconosca il lavoro effettivo dei docenti (pari a 36-40 ore settimanali). La scuola deve essere finanziata interamente dallo Stato, eliminando logiche competitive e pubblicitarie della scuola-azienda per accaparrarsi fondi.

4. Sburocratizzazione urgente e ripensamento del Registro Elettronico
Drastico alleggerimento del carico burocratico, oggi interamente sulle spalle dei docenti a causa del dimezzamento del personale di segreteria. In questo contesto va valutata l'abolizione (o il forte ridimensionamento) del registro elettronico, trasformato da strumento didattico a mezzo di controllo perenne, che genera uno stato d'ansia costante negli studenti.

5. Stop alla scuola come "grande madre" lasciata sola senza risorse
È un bene che la scuola pubblica esista ma assegnare alla scuola il compito di riparare ogni fallimento della società (PCTO, educazione civica, orientamento, affettività, digitale, bullismo) deve prevedere adeguate risorse. Uno Stato normale si vergognerebbe di chiedere questo a un'istituzione che è priva di soldi, pretendendo sempre più servizi e prestazioni a dei dipendenti professionisti non preparati in questo, sottopagati come delle donne delle pulizie e lasciati senza tempo, né energie, né soldi per organizzare le cose.Queste attività sovraccaricano i docenti a costo zero e senza supporti. L'intervento dello Stato deve quindi tradursi in formazione specifica (a pagamento), tempo dedicato (a pagamento) e sostegno tramite un team di esperti (a pagamento) al servizio del docente, affinché possa adempiere appieno alle suddette richieste. Ogni intervento sociale deve trovare spazio, tempo e retribuzione adeguata all'interno del piano orario, con finanziamenti specifici anche per il personale ATA, necessari a garantire l'apertura pomeridiana delle scuole.

6. Revisione della "Culpa in vigilando". Ricostituzione dell'organico ATA e degli Assistenti. Assunzione di un educatore per classe con stipendi adeguati.
Alleggerimento della responsabilità civile e penale oggettiva che grava sui docenti, oggi ridotti a guardiani ed esposti a sentenze surreali. Chiediamo ripristino di personale ATA e degli ASSISTENTI e tecnici d'aula in numero adeguato a sostegno dei docenti. Assunzione di un educatore per classe. La responsabilità dev'essere ridistribuita con le famiglie per disinnescare questo clima di paura e controllo restituendo fiducia alla scuola e libertà agli studenti.

Il cortocircuito nasce da: i tagli Gelmini (-17% ATA) che hanno svuotato i corridoi intrappolando i docenti (serve un organico congruo). La deriva giudiziaria che pretende dai prof un controllo visivo h24. Il crollo del patto con le famiglie-consumatori, pronte a fare causa per ogni imprevisto.
Siamo di fronte a una distorsione repressiva nata dai tagli economici, che ha tolto alla scuola l'aria e l'umanità, riducendo i docenti a guardiani colpevoli fino a prova contraria.

7. Tutelare il docente come reale professionista
Per fare della scuola un luogo di alta formazione serve riconoscere il docente come reale professionista, abolendo il vincolo di esclusività e il ricatto del preside che baratta le autorizzazioni con funzioni organizzative gratuite. La linfa della scuola sono gli intellettuali e i professionisti (storici, scienziati, artisti) che portano in classe il mondo vivo del lavoro: gli assistenti esistevano per garantire questa qualità. Con il part-time semestrale, questi esperti possono alternare la cattedra alla professione, offrendo agli studenti una didattica basata su focus tematici con cui i ragazzi imparano molto di più. In questo quadro, la proposta di far valutare i docenti dagli studenti è grave e svalutante. Il rapporto educativo non è paritetico: il valore di un professore si comprende spesso a distanza di anni. Questa stortura esporrebbe i docenti al ricatto di alunni e famiglie aggressive, schiacciandoli tra la burocrazia dei dirigenti e l'arbitrio di chi non ha la maturità. I canali per segnalare criticità esistono già.

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