Proposta nazionale per la regolamentazione dei data center
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La crescita dei data center e delle infrastrutture di calcolo ad alta intensità tecnologica sta trasformando il modo in cui vengono consumate energia, acqua e suolo. Queste strutture sono indispensabili per i servizi digitali, il cloud, l’intelligenza artificiale e la pubblica amministrazione, ma il loro sviluppo non può avvenire in assenza di una strategia nazionale capace di valutarne gli impatti e di governarne la localizzazione.
Un data center di grandi dimensioni non è una semplice infrastruttura informatica. È un insediamento industriale energivoro, destinato a funzionare continuativamente e dotato di impianti di raffreddamento, gruppi di continuità, sistemi di sicurezza e collegamenti elettrici e telematici dedicati. La sua presenza può determinare un significativo aumento della domanda di energia, richiedere nuove opere di connessione alla rete elettrica e incidere sulla disponibilità di acqua, soprattutto nei territori già esposti a periodi di siccità e a situazioni di stress idrico.
Il problema assume particolare rilievo nelle aree in cui diverse pressioni si concentrano nello stesso territorio: porti, cantieristica, attività industriali, logistica, infrastrutture digitali e nuovi insediamenti collegati all’intelligenza artificiale. Considerare ogni progetto singolarmente rischia di nascondere l’impatto complessivo prodotto dalla somma degli interventi, che competono per le medesime risorse: energia, acqua, suolo, rete infrastrutturale e capacità amministrativa.
A livello europeo il tema è già oggetto di specifici obblighi. L’articolo 12 della Direttiva (UE) 2023/1791 prevede che i titolari e i gestori dei data center con una potenza IT installata pari almeno a 500 kW rendano pubbliche determinate informazioni sul funzionamento e sulle prestazioni delle strutture. Il Regolamento delegato (UE) 2024/1364 stabilisce inoltre indicatori e metodologie comuni per misurare la sostenibilità dei data center, prendendo in considerazione anche consumo energetico, acqua, energia rinnovabile e calore di scarto.
La trasparenza rappresenta però soltanto il primo passo. Conoscere i consumi dopo la realizzazione di un impianto non è sufficiente se mancano criteri vincolanti per stabilire dove tali infrastrutture possano essere costruite, quali risorse possano utilizzare e quali condizioni debbano rispettare. È quindi necessario che lo Stato trasformi gli obblighi europei di monitoraggio e rendicontazione in una vera politica nazionale di pianificazione, controllo e prevenzione.
Il nostro Paese ha bisogno di una disciplina organica sui data center, oggi affrontati attraverso un insieme frammentato di norme energetiche, ambientali, urbanistiche e autorizzative. Una regolamentazione nazionale dovrebbe garantire almeno:
una mappatura pubblica dei data center esistenti, autorizzati e in progetto;
la pubblicazione dei consumi energetici, dei prelievi idrici, dei sistemi di raffreddamento e delle emissioni associate;
una valutazione preventiva degli effetti cumulativi sul territorio;
criteri nazionali per la localizzazione, con priorità per aree industriali dismesse, edifici esistenti e siti già dotati di adeguate infrastrutture;
il divieto o la limitazione dell’utilizzo di acqua potabile per il raffreddamento, soprattutto nei territori sottoposti a stress idrico;
soglie di consumo e requisiti minimi di efficienza energetica e idrica;
l’obbligo di ricorrere a fonti rinnovabili aggiuntive e tracciabili;
il recupero e il riutilizzo del calore prodotto, quando tecnicamente ed economicamente possibile;
procedure autorizzative trasparenti, con il coinvolgimento degli enti locali e delle comunità interessate;
adeguate garanzie finanziarie per la dismissione degli impianti e il ripristino dei siti.
La normativa dovrebbe inoltre chiarire le competenze dei diversi livelli istituzionali, evitando che decisioni con conseguenze ambientali e infrastrutturali rilevanti vengano assunte senza un coordinamento effettivo tra Stato, Regioni, Comuni, autorità idriche, gestori della rete elettrica e organismi di tutela ambientale.
Non si tratta di ostacolare l’innovazione o la digitalizzazione. Al contrario, una disciplina chiara può favorire investimenti più solidi, sostenibili e coerenti con le caratteristiche dei territori. Il digitale non deve essere presentato come un settore immateriale: i dati viaggiano nelle reti, ma vengono elaborati in edifici che consumano energia, richiedono acqua, occupano suolo e producono calore.
Per queste ragioni, si propone che il partito assuma a livello nazionale l’impegno di:
promuovere una legge quadro per la localizzazione, l’autorizzazione e l’esercizio dei data center;
istituire un registro nazionale pubblico e aggiornato degli impianti;
rendere obbligatoria una valutazione degli impatti cumulativi energetici, ambientali, idrici e territoriali;
introdurre vincoli specifici per le aree sottoposte a stress idrico o caratterizzate da insufficiente capacità della rete elettrica;
coordinare gli obblighi europei di rendicontazione con la pianificazione energetica e ambientale nazionale;
sostenere il riuso di aree industriali dismesse e il recupero del calore;
garantire agli enti territoriali strumenti reali di partecipazione e controllo;
prevedere una moratoria cautelativa nei territori nei quali non sia ancora possibile verificare la sostenibilità complessiva dei nuovi insediamenti.
La regolamentazione dei data center non può essere rinviata fino a quando gli impatti saranno diventati irreversibili. La transizione digitale deve procedere insieme alla transizione ecologica, rispettando i limiti fisici dei territori e assicurando che l’innovazione produca valore pubblico, non soltanto nuove occasioni di consumo delle risorse comuni.
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