Una legge a difesa del lavoro contro la disoccupazione indotta dall'Intelligenza Artificiale

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In Italia negli ultimi 40 anni il monte salari (quota salari sul pil) ha subito un decremento significativo, a fronte di un monte profitti e monte rendite in costante aumento. Ciò ha significato una lunga stagnazione salariale con conseguente perdita di potere d'acquisto dei lavoratori; in sintesi i salari reali registrano una perdita intorno al 10%. Nonostante l'aumento della quota profitti non c'è stato un incremento degli investimenti finalizzati ad incrementare la produttività. Ciò significa che le imprese non innovano preferendo investire gli incrementi di profitto sui mercati finanziari in modo da ottenere rendimenti maggiormente remunerativi.

In tal modo, in Italia abbiamo da decenni salari stagnanti e stagnazione della produttività, ossia, in altri termini, nessuna crescita dei salari reali (anzi, perdita del potere d'acquisto dei lavoratori) e nessuna crescita di produttività, data l'assenza di investimenti in innovazione. E senza crescita di produttività i salari non possono aumentare. Aumentano solo i profitti e crescono le disuguaglianze.

Ma se nei luoghi di lavoro entra l'Intelligenza Artificiale come fattore della produzione e ciò modifica profondamente i processi produttivi incrementando a dismisura la produttività, a chi andranno i relativi benefici?

Il rischio (ma più che altro è una certezza) è che a guadagnare siano ancora una volta i profitti e a rimetterci, ancora una volta, le classi lavoratrici, esposte come non mai ai rischi di un'espulsione generalizzata dai luoghi di lavoro. Aumento dei profitti per pochi e disoccupazione di massa e impoverimento per molti, la tempesta perfetta.

Prima ancora di una riforma organica che riguardi l'Inteligenza Artificiale sarebbe opportuno quindi fissare un principio legale a tutela delle classi lavoratrici: tutti i recuperi di produttività - misurati e certificati da un organismo paritetico composto da rappresentanti dei lavoratori e dell'impresa - ottenuti in una determinata azienda a seguito dell'introduzione dell'Intelligenza Artificale nei processi produttivi non devono in alcun modo tradursi in una riduzione della forza lavoro, bensì in un aumento dei permessi di riduzione oraria a beneficio dei lavoratori.

Ciò significa, in altri termini, ridurre l'orario di lavoro a parità di salario a fronte dei recuperi di produttività ottenuti con l'intelligenza Artificiale, o, vista da differente angolazione, ridistribuire il lavoro che c'è tra tutti i dipendenti dell'azienda (lavorare meno, lavorare tutti) e aumentare quindi il salario reale dei lavoratori (il numeratore resta invariato mentre il denominatore si riduce) proprio grazie agli incrementi di produttività generati dall'IA.

Di tali incrementi giustamente dovrebbero beneficiare i lavoratori, come se si trattasse di un indennizzo correlato all'utilizzo di un fattore della produzione (l'IA, appunto) basato, di fatto, sui dati prodotti dalla collettività.

Una legge che fissi questo principio sarebbe non soltanto una misura equa e di giustizia ma anche una norma di civiltà, diretta a prevenire il taglio selvaggio dei posti di lavoro determinato dalla riduzione del tempo necessario per realizzare un'unità di prodotto, ossia dall'aumento della produttività determinata dall'AI.

Inutile dire che il padronato si opporrebbe con tutte le sue forze a una norma del genere; ed è quindi giocoforza necessario immaginare una grande mobilitazione di tutti i lavoratori e di tutte le forze democratiche e progressiste per difenderla. La lotta di classe farà il resto ma intanto chiederei ad AVS di considerarla all'interno del suo programma per un governo progressista che sia davvero all'altezza delle sfide di questo tempo.

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