Decreto Lavoro, l’inganno del “salario giusto”
Il 28 aprile 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato il cosiddetto decreto Lavoro, presentato dal governo Meloni come un provvedimento incentrato sul salario giusto. Se le intenzioni e le parole del governo sembrano positive, la realtà appare diversa.
Cos'è il salario giusto?
L'esecutivo ha tirato dritto per la sua strada approvando il cosiddetto salario giusto, una misura a danno di lavoratori e lavoratrici. Il meccanismo è semplice: insieme allo stipendio vengono sommati buoni pasto, bonus, welfare aziendale e altri benefit, fino a far sembrare adeguato anche un contratto che in realtà resta debole, con uno stipendio reale — quello che arriva ogni mese in busta paga — troppo basso per far fronte al costo della vita.
Un gioco di prestigio retorico, che illude lavoratori e lavoratrici dietro la promessa di un "salario giusto".
Chi lavora non ha bisogno di escamotage legislativi per far tornare i conti sulla carta e lasciare le tasche vuote. Quello di cui lavoratori e lavoratrici hanno bisogno sono più soldi in busta paga, contributi, ferie, malattia, tutele. Lo dice anche l'Ufficio Parlamentare di Bilancio, che il 10 giugno 2026 ricorda come gli stipendi reali siano inferiori di oltre l'8% rispetto al 2020.
Un lavoro più povero, precario e ricattabile
Il dl Lavoro ha anche prolungato da 24 a 36 mesi il lavoro in somministrazione presso lo stesso datore di lavoro. Tradotto: una persona può restare precaria ancora più a lungo, nello stesso posto, svolgendo magari lo stesso lavoro, ma senza le garanzie e la stabilità a cui avrebbe diritto.
Una mossa che ha poco a che vedere con il salario giusto o con il proteggere chi lavora. Rischia invece di stravolgere la Carta costituzionale e dare vita a un lavoro più povero, più precario e più ricattabile.
Per un buon lavoro, la battaglia rimane quella dei contratti stabili e tutelati e per degli stipendi dignitosi e adeguati al costo della vita.
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