Energia nucleare, la fallimentare (e ideologica) strategia energetica del governo Meloni
Tra costi insostenibili, tempi lunghi e rischi per la salute, l'atomo non è la soluzione “green” alla crisi energetica e climatica
La chiusura dello Stretto di Hormuz è la conseguenza della scellerata azione di guerra condotta in Iran da Trump e Netanyahu, al di fuori del diritto internazionale. La crisi che ne è derivata dimostra ancora una volta quanto la dipendenza dai fossili sia nociva per le bollette di italiane e italiani, per la sovranità energetica e per la salvaguardia del Pianeta.
L'urgenza di cambiare paradigma energetico è ormai evidente. Eppure, il governo Meloni prosegue nella sua miope strategia fossile, decidendo di pagare a peso d’oro il GNL statunitense. Intanto continua il sabotaggio delle rinnovabili, preferendo distrarre l'opinione pubblica con una propaganda nuclearista ideologica e irrealistica, come fatto in Senato da Meloni durante il question time del 13 maggio.
Caro-bollette: sono le più salate d’Europa
Italiane e italiani pagano l’energia più cara d’Europa, tre volte più della Spagna (il prezzo medio dell’energia nel nostre Paese nel 2026 è di 130 euro/MWh). Mentre il governo parla di sovranità energetica, nei fatti colpisce gli strumenti che renderebbero l’Italia più autonoma.
Si tratta di:
energia da fonti rinnovabili;
autoconsumo;
comunità energetiche;
risparmio ed efficienza energetica.
Dopo aver frenato lo sviluppo di centinaia di impianti fotovoltaici con la legge Lollobrigida, aver sabotato l’eolico offshore (per cui da anni si attende la prima asta del GSE) e aver bloccato il 72% delle connessioni rinnovabili, il governo ha tagliato 1,4 miliardi di euro dai fondi PNRR.
La dotazione iniziale di 2,2 miliardi è stata ridotta dalle regole GSE a 795,5 milioni. Si tratta di un taglio del 64% delle risorse, malgrado le richieste presentate arrivassero a 1,456 miliardi. Questo scollamento tra necessità e fondi esaurisce le risorse per progetti già valutati positivamente, rinviandoli a futuri scorrimenti. Si depotenzia così l'autonomia energetica dal basso per favorire ancora una volta la filiera fossile a discapito delle famiglie e delle imprese.
L’ideologica illusione nucleare
Mentre continua la lotta senza sosta alle rinnovabili, in Senato la Presidente del Consiglio Meloni ha annunciato fantomatiche svolte risolutive per il Paese, buttando fumo negli occhi di italiane e italiani inseguendo utopie atomiche. La truffa del DL nucleare di Giorgia Meloni copre il fallimento della sua politica energetica, che ha regalato oltre 70 miliardi di euro di profitti alle società energetiche del gas, come ENI.
Il nucleare, che secondo il governo sarebbe in pratica la panacea per tutti i mali energetici del Paese, è infatti una grande arma di distrazione di massa utile unicamente a chi, come l’attuale governo, vuole ritardare la transizione alle rinnovabili e prolungare la dipendenza dai combustibili fossili.
Al di là dei fattori di sicurezza e di carattere ambientale che in Italia non sono mai stati risolti - basta dire che non è ancora stato individuato un sito sicuro per lo stoccaggio delle scorie radioattive dei quattro reattori utilizzati in passato - ci sono due aspetti decisivi che portano a escludere il nucleare tra le fonti su cui investire per la transizione energetica:
il costo;
i tempi di realizzazione.
Investire in nuovi reattori, al netto dei problemi localizzativi e di approvvigionamento di risorsa idrica per il raffreddamento, richiederebbe decine di miliardi di euro con tempi di ritorno pluridecennali e un costo medio al MWh, per rientrare dall’investimento, ben superiore a quello delle rinnovabili (almeno il triplo del fotovoltaico).
I tempi troppo lunghi
Con l’attuale tecnologia disponibile, solo un’entità statale potrebbe permettersi un simile investimento, sulle spalle di tutte e tutti noi, spesso anche legato a un dual use militare.
La transizione energetica serve ora, non fra 20 o 25 anni utilizzando risorse pubbliche che non abbiamo.
Quanto ai fantomatici reattori modulari SMR che dovrebbero essere prodotti in serie, si parla di una tecnologia per la quale al momento non esistono impianti operativi in Europa e si contano sulla punta delle dita quelli (molto piccoli) installati all’estero. Va precisato comunque che la dimensione media prevista per questi SMR è di circa 300 MW, pari a due volte la potenza dell’impianto nucleare dismesso di Borgo Sabotino a Latina.
Riserve di uranio: bastano solo per 15 anni
Le riserve mondiali di uranio sono attualmente stimate e vendute al costo di 260 dollari al kg e si aggirano intorno alle 7.900.000 tonnellate, con un consumo annuo mondiale di circa 55 mila tonnellate. Se le economie del mondo dovessero eliminare completamente i combustibili fossili in uso sostituendoli con l’energia nucleare, sarebbe necessario installare una potenza elettrica nucleare almeno dieci volte superiore a quella attuale. Si arriverebbe dunque a una disponibilità mondiale sufficiente solo per i prossimi 13-14 anni circa.
Se invece le nuove installazioni di potenza nucleare andassero a sostituire solo la metà degli impianti fossili, lasciando ad altre strategie (per esempio, l’aumento dell’efficienza energetica, l’economia circolare e ulteriori fonti rinnovabili) la riduzione dell’altra metà, le riserve di uranio esistenti a prezzo accessibile sarebbero sufficienti per 24-25 anni o poco più.
Alla fine, le centrali installate rimarrebbero senza combustibile, a meno di riconvertire tutto il patrimonio nucleare in reattori al plutonio, cosa che già parzialmente avviene in un piccolo numero di casi nel mondo, con problemi tecnologici e ambientali di gran lunga maggiori.
L’Italia però non possiede giacimenti di uranio e deve acquistarlo dai quei pochi Paesi in grado di esportarlo in quantità sufficiente. Il nostro Paese e la nostra economia si ritroverebbero all’interno di una concorrenza mondiale di difficile superamento. Concorrenza che, invece, non esisterebbe in una strategia di fonti rinnovabili.
I pericoli per la salute
Un recente studio condotto dalla Harvard Chan School of Public Health negli Stati Uniti, e pubblicato da Nature Communications, ha definito il legame fra centrali nucleari e mortalità per cancro. L'analisi, la più estesa fatta sul tema, ha mostrato come chi vive nei pressi di un reattore attivo ha una probabilità più elevata di sviluppare una mortalità per cancro.
I ricercatori hanno preso in esame tutte le centrali nucleari in funzione negli Stati Uniti. Poi hanno raccolto i dati sulla mortalità per tumore, contea per contea e li hanno associati alla distanza dagli impianti attivi. Nel periodo coperto dall’analisi – tra il 2000 e il 2018 – secondo i ricercatori di Harvard sono avvenuti 115 mila decessi negli Stati Uniti legati alla vicinanza con un reattore: circa 6 mila e 400 all’anno.
Questi valori attribuibili alla prossimità degli impianti nucleari rappresentano un aumento medio della probabilità di morire di cancro pari a circa l’1.55%, con percentuali massime tra gli uomini in età compresa tra 65 e 74 anni (2%) e le donne tra 55 e 64 (2.1%).
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