Per una Campagna di mobilitazione per una legge per la Piena e Buona occupazione entro una visione complessiva di trasformazione della società
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Sono totalmente d'accordo con chi propone l'avvio di una riflessione per il rilancio di una mobilitazione per una buona piena e buona occupazione. Esistono già diversi spunti che meriterebbero un approfondimento e, soprattutto, l'apertura di un dibattito pubblico che coinvolga le tante competenze potenzialmente in grado di fornire un contributo. Cito, solo come esempio, la proposta di legge, elaborata lo scorso anno da un gruppo di ricercatori di varie università nell'ambito del Seminario permanente di Filosofie del Lavoro (che si tiene presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”), facente capo alla Società Italiana di Teoria Critica (titolata: "La piena e buona occupazione in particolare per giovani e donne"). Tuttavia, commetteremmo un errore pensando ad una contrapposizione tra una proposta di legge per il pieno impiego ed una proposta di legge per un reddito minimo garantito. I due fronti, a mio avviso, anziché antitetici sono, a ben guardare complementari. E ciò semplicemente perché una delle fondamentali differenze riguarda i tempi di implementazione delle due misure e gli effetti in concreto misurabili delle medesime. La piena occupazione è infatti un "processo", che spiegherebbe i suoi effetti in un arco temporale più lungo di quello relativo al reddito minimo (che di per sé - come dimostra l'esperienza vissuta con la misura approvata dal M5S qualche anno fa - è immediata non soltanto nell'implementazione ma anche negli effetti, avendo determinato, di fatto, in Italia, una riduzione delle disuguaglianze misurabile attraverso l'indice di Gini); ma l'aspetto più interessante, secondo me, è proprio nell'intersezione tra le due misure, nel senso che è ipotizzabile un recupero dell'impegno finanziario richiesto dal reddito minimo man mano che si incrementa il tasso di occupazione per effetto della relativa misura normativa. Ciò non significa che il reddito minimo si finanzia da solo (potrebbero esserci sacche di inoccupati involontari che non potrebbero essere comunque assorbiti dall'incremento occupazionale) ma che comunque se ne potrebbero contenere gli impatti effettivi.
In Italia il tasso di occupazione di giovani e donne, specialmente nel Mezzogiorno, è molto distante dalla media europea e soffriamo di una emigrazione di massa, soprattutto di ragazze e ragazzi che preferiscono andare all'estero piuttosto che rimanere in un Paese che invecchia sempre di più e se ne frega dei giovani preferendo garantire una sacca di parassiti privilegiati.
Non dimentichiamo, inoltre, che dal punto di vista della comunicazione politica e delle alleanze sociali, l'obiettivo di una legge per una piena e buona occupazione (nel solco dell'art. 1 e dell'art. 3 della nostra Carta Costituzionale) risulterebbe molto più praticabile e molto meno attaccabile rispetto a una misura come il reddito garantito (basti ricordare le infami campagne mediatiche contro il reddito di cittadinanza targato M5S). Nè va trascurata l'importanza, anche a livello culturale, che ancora il lavoro riveste nella nostra società come strumento di emancipazione e di realizzazione individuale.
Penso quindi che AVS, come partito di una Sinistra che c'è e non si rassegna, dovrebbe porsi degli obiettivi politici chiari sui quali costruire dibattito pubblico, campagne di mobilitazione e, perchè no, conflitto sociale.
Mi limito a ricordarne alcuni:
- la riduzione della povertà e delle disuguaglianze (proprio ieri il rapporto Caritas ci ha offerto un quadro disastroso del nostro Paese, con più di 6 milioni di poveri) in termini di abbassamento dell'indice di Gini e di aumento del tasso di occupazione, specialmente al Sud;
- un aumento della domanda interna, ormai asfittica, grazie alla crescita dell'occupazione e della connessa base imponibile (con connessa ripresa della programmazione economica (a livello UE cos'altro è stato il PNRR?) come strumento di ausilio per gli investimenti necessari per le politiche sociali e le politiche industriali. E non penso solo agli investimenti pubblici, critici data l'elevato livello di debito pubblico, ma a forme di partenariato pubblico/privato anche a livello decentrato, ossia di Enti Locali);
- un cambio di paradigma produttivo (da economia basata sulle esportazioni, e quindi sul contenimento del costo del lavoro al fine di comprimere i costi per rimanere competitivi, a economia dei bisogni interni inevasi, quali ad es. cura dell'infanzia, cura degli anziani, cura dei beni comuni, in primis l'ambiente e i "giacimenti" di beni culturali di cui dispone il nostro Paese);
- una riduzione strutturale del lavoro nero e della connessa evasione fiscale contributiva in virtù dell'incremento strutturale degli occupati regolari;
- l'azzeramento dello sfruttamento dell'immigrazione irregolare, grazie alla regolarizzazione dei migranti che già di fatto lavorano in Italia (con connessa abolizione della famigerata Bossi-Fini, che crea le premesse per lo sfruttamento e il ricatto dei migranti lavoratori) .
In quest'ottica, e solo con una visione di sistema, credo che una legge per una piena e buona occupazione (che ritengo riduttivo etichettare come mera misura keynesiana) potrebbe costituire un obiettivo chiaro intorno al quale fare convergere tutte le forze progressiste impegnate in un progetto di trasformazione reale del Paese nel segno dell'uguaglianza e della giustizia sociale.
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