Impatto della guerra sull'ambiente, cos'è l'ecocidio e da quale conflitto è nato il concetto
Le guerre si misurano innanzitutto in vite umane e nel 2025 i conflitti armati hanno causato circa 245 mila morti. Secondo i dati riportati dal Peace Research Institute Oslo è stato uno degli anni più violenti dalla fine della Seconda guerra mondiale, con 65 conflitti in corso in 35 Paesi. A pagare il prezzo più alto sono le popolazioni civili, colpite dai bombardamenti, costrette alla fuga e private di acqua, cibo e assistenza sanitaria.
Ma le vittime di una guerra non sono soltanto quelle che muoiono o vengono ferite. Quando le bombe distruggono una città, colpiscono anche il territorio: fiumi, foreste, terreni agricoli, falde acquifere e biodiversità. L'inquinamento può restare nell'ambiente per anni e la distruzione delle infrastrutture idriche e agricole può compromettere le condizioni di vita anche dopo la fine dei combattimenti.
È questa la dimensione ambientale della guerra, oggi sempre più associata al concetto di ecocidio.
Che cos’è l'ecocidio
Con il termine ecocidio si indica la distruzione grave e su larga scala dell'ambiente e degli ecosistemi provocata dall'attività umana. Nel contesto bellico comprende i danni intenzionali o prevedibili prodotti dalle operazioni militari:
la distruzione della vegetazione;
la contaminazione di acqua e suolo;
la compromissione della biodiversità e delle risorse necessarie alla sopravvivenza delle popolazioni.
Una delle caratteristiche dell'ecocidio è la sua durata. Una falda contaminata, un terreno agricolo distrutto o un ecosistema compromesso possono continuare a produrre conseguenze sanitarie, economiche e sociali per generazioni.
Da quale guerra nasce il concetto di ecocidio?
Il concetto di ecocidio nasce nel contesto della guerra del Vietnam. Il riferimento è al massiccio utilizzo da parte degli Stati Uniti di erbicidi e defolianti per eliminare la vegetazione che offriva protezione ai combattenti vietnamiti.
Il 26 febbraio 1970 il New York Times pubblicò un articolo dedicato alla proposta del biologo Arthur Galston, professore di Yale, di arrivare a un accordo internazionale per vietare gli “ecocidi”. Il termine era legato soprattutto agli effetti dell'Agente Orange, utilizzato dall'esercito statunitense tra il 1961 e il 1971.
L'obiettivo era distruggere la vegetazione, ma le conseguenze interessarono l'intero ecosistema. Galston avvertì che la perdita del manto vegetale avrebbe potuto alterare il ciclo biologico di pesci e molluschi, con ricadute sull'alimentazione della popolazione vietnamita. Gli effetti sulla salute furono altrettanto drammatici e le conseguenze dell'esposizione alle sostanze contenute nei defolianti si sono protratte nel tempo.
Guerra e ambiente: i numeri della devastazione
L'impatto ambientale dei conflitti è oggi molto più ampio dell'uso di erbicidi. I bombardamenti distruggono impianti industriali, centrali energetiche, sistemi fognari e infrastrutture per l'acqua; gli incendi liberano sostanze inquinanti, mentre macerie e residui bellici possono contaminare suolo e falde.
A Gaza, sono stati prodotti dai bombardamenti oltre 42 milioni di tonnellate di detriti. La distruzione delle infrastrutture ha compromesso il sistema di gestione dei rifiuti e dell'acqua, aumentando il rischio di contaminazione del suolo e delle risorse idriche.
Anche l'agricoltura è stata pesantemente colpita: a marzo 2024 circa il 40% dei terreni che producevano cibo risultava distrutto. Nel nord della Striscia era stato devastato circa il 90% delle serre, mentre a Khan Younis la percentuale raggiungeva il 40%. L'invasione militare di terra ha inoltre danneggiato circa la metà della copertura arborea presente prima dell'ottobre 2023.
In Ucraina, la contaminazione del fiume Seym ha provocato la morte di circa 44 tonnellate di pesci, con conseguenze sull'ecosistema fluviale. Alla popolazione è stato vietato utilizzare l'acqua, nuotare e consumare il pesce pescato nelle acque contaminate.
In Sudan, il conflitto ha colpito dighe, depuratori, terreni agricoli e infrastrutture legate all'acqua. Il danneggiamento di questi sistemi può trasformare una crisi militare in una crisi ambientale e sanitaria, con acqua contaminata, perdita di raccolti e diffusione di malattie.
L'ecocidio può diventare un crimine internazionale?
Dal punto di vista giuridico, è importante distinguere tra danno ambientale causato dalla guerra ed ecocidio come autonomo crimine internazionale. Oggi l'ecocidio non rientra tra i crimini di competenza della Corte penale internazionale, ma l'ambiente è già tutelato dal diritto internazionale umanitario.
Il Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra vieta metodi e mezzi di guerra dai quali ci si possa attendere un danno esteso, duraturo e grave all'ambiente naturale.
Lo Statuto di Roma considera inoltre crimine di guerra, in determinate circostanze, un attacco che provochi danni ambientali quando questi siano chiaramente eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto.
Nel 2021, un panel indipendente di 12 giuristi internazionali, convocato dalla Stop Ecocide Foundation e co-presieduto dai giuristi Philippe Sands e Dior Fall Sow, ha proposto di inserire l'ecocidio nello Statuto di Roma come quinto crimine internazionale, accanto a genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra e aggressione. La proposta definisce ecocidio un atto illecito o arbitrario compiuto con la consapevolezza di una sostanziale probabilità di provocare danni ambientali gravi, diffusi o duraturi.
La proposta non è però ancora una norma vigente. Il dibattito resta aperto e punta a stabilire quando la distruzione dell'ambiente superi il limite del danno bellico e diventi una responsabilità penale internazionale.
Il concetto di ecocidio porta così alla luce una conseguenza della guerra spesso invisibile nelle statistiche sulle vittime: la distruzione del luogo stesso in cui le persone vivono.
Le guerre possono lasciare morti, persone sfollate e città devastate, ma anche fiumi contaminati, terreni improduttivi, foreste distrutte e habitat compromessi. La guerra può finire quando cessano i bombardamenti; le sue conseguenze ambientali possono invece durare decenni.
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