G8 di Genova, dopo 25 anni è ancora il presente: il valore attuale del dissenso
Nel luglio 2001 Genova ospitò il G8, il vertice che riuniva gli otto Paesi economicamente più potenti del pianeta. Ma fuori dalla "zona rossa" si stava svolgendo un altro summit, il Genoa Social Forum: quello di centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo che immaginavano un futuro diverso.
C'erano l'ecologismo radicale, i sindacati, i femminismi, i movimenti per la casa e il reddito, gli anarchici, i socialisti, i comunisti, i cristiani del dissenso, i movimenti indigeni. Realtà diverse, ma unite da una convinzione comune: il neoliberismo stava trasformando il capitalismo in un sistema sempre più predatorio, capace di mettere a rischio non solo la giustizia sociale, ma le condizioni stesse della vita e della democrazia. L'idea era semplice e rivoluzionaria: un altro mondo era possibile, e andava costruito attraverso reti internazionali, pratiche di solidarietà e partecipazione dal basso.
Genova 2001: cosa è successo
La risposta dello Stato fu brutale. Il 20 luglio Carlo Giuliani venne ucciso in piazza Alimonda. Nei giorni successivi arrivarono le cariche indiscriminate, l'irruzione alla scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto. Quello che avrebbe dovuto essere il confronto tra istituzioni e società civile si trasformò in una delle pagine più buie della Repubblica.
Genova fu il luogo in cui, per molti, lo Stato di diritto venne sospeso. Le violenze commesse durante quei giorni non colpirono soltanto singole persone: colpirono il diritto di manifestare, la libertà di dissentire e la fiducia nelle istituzioni democratiche.
Per comprendere Genova bisogna guardare oltre gli scontri di piazza. Quel movimento non rappresentava soltanto una protesta, ma un progetto di trasformazione radicale della società. Metteva in discussione il modello neoliberista e l'intero assetto economico, politico e culturale dominante, proponendo di ripensare in termini profondamente nuovi il rapporto tra politica, economia e democrazia. Non cercava semplicemente un confronto con le istituzioni esistenti: ne contestava i presupposti, denunciando il potere delle grandi istituzioni economiche e finanziarie internazionali e le disuguaglianze prodotte dalla globalizzazione. La sua ambizione era quella di immaginare un modello di società alternativo, fondato su una partecipazione democratica più ampia, sulla giustizia sociale, sulla sostenibilità e su nuove forme di avanzamento sociale, culturale e politico. In questa prospettiva, il movimento di Genova rappresentò uno dei più significativi tentativi di rimettere radicalmente in discussione l'ordine esistente per aprire la strada a un diverso orizzonte di trasformazione.
Di fronte a quella sfida, la risposta fu una reazione che molti hanno definito politica prima ancora che di ordine pubblico. Un messaggio rivolto non soltanto a chi era presente in quelle piazze, ma a chiunque intendesse mettere in discussione gli equilibri del potere.
Le conseguenze: una ferita che arriva fino a oggi
Le ferite non furono soltanto fisiche. Genova spezzò una stagione di mobilitazione internazionale che sembrava capace di costruire un'alternativa culturale e politica al neoliberismo. Molti smisero di fare politica, altri continuarono portando con sé il trauma di quei giorni.
Ma la conseguenza più profonda riguardò l'intero Paese. Dopo Genova cambiò il rapporto tra cittadini e istituzioni. Il dissenso iniziò sempre più spesso a essere raccontato come un problema di sicurezza anziché come una componente essenziale della vita democratica. La paura prese il posto della partecipazione.
Perché Genova è ancora il presente
Genova non appartiene soltanto al passato. Le domande sollevate allora sono ancora aperte. Le disuguaglianze sono aumentate, la crisi climatica è diventata una realtà quotidiana e la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi è ancora più evidente.
Allo stesso tempo cresce il rischio di una progressiva compressione degli spazi democratici. Non necessariamente attraverso rotture improvvise dell'ordine costituzionale, ma tramite un processo lento fatto di criminalizzazione del dissenso, restrizione delle libertà, decreti emergenziali, indebolimento della rappresentanza e normalizzazione di pratiche autoritarie. Le democrazie raramente crollano in un giorno: più spesso si consumano poco alla volta.
La memoria, da sola, non basta. Servono istituzioni trasparenti, responsabilità politica e il pieno rispetto dei diritti fondamentali. Ma serve soprattutto ricostruire quella capacità collettiva di organizzarsi che aveva reso il movimento di Genova così forte: creare alleanze tra movimenti sociali, sindacati, associazioni e realtà locali, produrre informazione indipendente, difendere gli spazi di partecipazione e costruire un'alternativa culturale capace di contrastare le derive autoritarie.
Cosa ci ha lasciato Genova
Il lascito di Genova non è la nostalgia, ma la responsabilità. Ricordare quei giorni significa interrogarsi su cosa stiamo facendo oggi per difendere la democrazia.
Se il potere continua a organizzarsi su scala globale, anche la risposta non può che essere collettiva. Difendere il diritto al dissenso, contrastare ogni forma di autoritarismo, costruire reti di solidarietà e partecipazione non è soltanto un esercizio di memoria: è un compito politico del presente.
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