È il PFAS più diffuso al mondo, si chiama TFA ed è tossico per la riproduzione

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È il PFAS più presente nelle acque potabili europee ed è stato trovati nei mari, nei campioni di ghiaccio, nelle piogge, nell’aria. Ma anche nei pesci, nella pasta, nel vino. Ora l’Agenzia europea l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) ha classificato l’Acido trifluoroacetico (TFA) come come sostanza tossica per la riproduzione.

Quando nel 2013 un’indagine del CNR ha scoperto la presenza di PFAS (sostanze Poli- e Per-fluoroalchiliche) nelle acque di alcune aree del Veneto, forse in pochissime persone immaginavano che si potesse essere di fronte a uno dei casi  più estesi al mondo di contaminazione da queste sostanze chimiche pericolose. 

A distanza di tredici anni da allora, l’inquinamento da PFAS continua a preoccupare ovunque cittadinanza, autorità sanitarie, rappresentanti istituzionali ed enti scientifici, sia per gli effetti negativi già conosciuti da tempo conseguenti all’esposizione a questi inquinanti, sia per le nuove notizie che arrivano ciclicamente. 

CHE COSA SONO I PFAS?

Quando parliamo di sostanze Poli- e Per-fluoroalchiliche o PFAS ci riferiamo a un ampio gruppo di sostanze chimiche di sintesi (un numero compreso tra 4.700 e oltre 10 mila), prodotte unicamente dalle attività umane e che non esistono in natura. Si tratta di molecole che vengono utilizzate in un ampio numero di applicazioni industriali e prodotti della nostra quotidianità. Come spiega Greenpeace Italia, possiamo trovarle in:  

  • imballaggi alimentari, padelle antiaderenti, filo interdentale, carta forno, farmaci, dispositivi medici, cosmetici;

  • capi di abbigliamento, prodotti tessili e di arredamento, capi in pelle;

  • nell’industria galvanica (in particolare cromatura), scioline, cosmetici, gas refrigeranti, nell’industria elettronica e dei semiconduttori, nell’attività estrattiva dei combustibili fossili, in alcune applicazioni dell’industria della gomma e della plastica, nelle cartiere, nei lubrificanti, nei trattamenti anticorrosione, nelle vernici, in prodotti per l’igiene e la pulizia e nelle schiume antincendio.

Me perché queste sostanze sono così problematiche? Se la loro resistenza è un valore aggiunto nelle applicazioni elencate in precedenza, al contempo è un pericolo molto grande per persone e ambiente. I PFAS sono infatti conosciuti come gli “inquinanti eterni”, perché si degradano in tempi lunghissimi e, come successo in Veneto, possono contaminare fonti d’acqua e coltivazioni, finendo poi anche nel sangue delle persone. 

Come sottolinea l’Istituto Superiore di Sanità, sono infatti “sostanze bioaccumulabili e tossiche associate a un'ampia varietà di effetti negativi sulla salute, tra cui stress ossidativo, dislipidemia, ipertensione, alterazioni della funzione immunitaria e tiroidea, preeclampsia, malattie epatiche e renali, disregolazione dei lipidi e dell'insulina, effetti negativi sulla riproduzione e sullo sviluppo, aumento del rischio di alcuni tipi di cancro”

Nell’ampio numero di sostanze che appartengono ai PFAS, ce ne è una che è salita alla ribalta nell’ultimo periodo, sia per la sua diffusione che per i contorni ancora poco definiti degli effetti che ha sulla salute degli esseri umani: il TFA. 

COS’È IL TFA?

L’organizzazione ambientalista Pesticide Action Network racconta come il TFA sia “il PFAS più diffuso nelle risorse idriche, negli alimenti e nell’ambiente in Europa”. Come descritto dal WWF, “si tratta di una molecola estremamente piccola e altamente solubile in acqua. Di conseguenza, può penetrare rapidamente e in grandi quantità nelle acque sotterranee e di superficie. Inoltre, il TFA non viene scomposto dai processi naturali. Una volta che l'acido trifluoroacetico entra nel ciclo dell'acqua, difficilmente può essere rimosso”. 

Sempre il WWF spiega come “le principali fonti di TFA sono i pesticidi chimici di sintesi utilizzati in agricoltura”, ma che “oltre ai pesticidi, esistono altre fonti di contaminazione: l'uso di gas refrigeranti e propellenti che formano TFA è aumentato notevolmente negli ultimi anni”. Questa sostanza inoltre arriva a contaminare le acque sotterranee anche provenendo da fonti industriali.

IL PARERE DELL’ECHA

Lo scorso 5 giugno - spiega ISPRA - il Comitato per la valutazione dei rischi dell’Agenzia Europea per le sostanze chimiche (ECHA) “ha raccomandato di classificare il TFA come sostanza tossica per la riproduzione di categoria 1B a causa dei suoi effetti negativi sullo sviluppo fetale”. Per Giuseppe Ungherese, saggista ed esperto di PFAS, “quella dell’ECHA era una decisione annunciata che conferma ciò che gli esperti scientifici segnalano da tempo: il TFA non è un innocuo metabolita derivante dall’uso di molteplici PFAS. Può essere tossico per gli esseri umani e i danni maggiori può generarli nelle fasi più vulnerabili della vita: la gravidanza e l’infanzia. Ogni anno di ritardo nella sua regolamentazione, al pari di tutti i PFAS, comporta un aumento dell’inquinamento con cui dovranno convivere le generazioni future”. 

COSA (NON) FA L’ITALIA SUL TFA?

Dal 13 luglio, con circa sei mesi di ritardo, anche in Italia è stata finalmente adottata la Direttiva UE 2020/2184 sulla qualità delle acque destinate al consumo umano, secondo la quale “gli Stati membri devono monitorare in modo armonizzato i livelli di sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) nell’acqua potabile”. A pochi giorni dall’inizio dei controlli, come viene raccontato su Economia Circolare, sono già diverse le segnalazioni di problematiche legate ai PFAS rilevate in alcune aree italiane, con le istituzioni locali che hanno in alcuni casi anche iniziato ad assumere i provvedimenti del caso a tutela della collettività.  

Nel provvedimento dedicato al monitoraggio dei PFAS il governo Meloni ha anche fissato un limite specifico (10mila nanogrammi su litro) per il TFA, che dovrebbe entrare in vigore nel 2027. Ma alla luce della raccomandazione dell’ECHA sulla tossicità di questa molecola e, tenendo in considerazione quanto afferma Pesticide Action Network, ovvero che “nessuna soglia di sicurezza può sostituire l'arresto della contaminazione alla fonte: ai tassi attuali di aumento, l'esposizione [al TFA, ndr] raggiungerà livelli nocivi indipendentemente da dove è fissato il limite”, è chiaro che non c’è dunque più tempo da perdere. 

Possiamo e dobbiamo fare a meno dei PFAS, per la salvaguardia e la tutela della nostra salute. Per questo AVS lavora nelle istituzioni italiane ed europee perché si predisponga un piano pluriennale per bandire i PFAS, sostituendoli con alternative non dannose, ed evitare di esporre tutte e tutti noi a queste sostanze, TFA incluso. 

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