Clima & Energia. ITALIA 100% rinnovabile entro il 2045. Obiettivo indifferibile

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Il clima sta precipitando

L'Italia deve arrivare a un sistema energetico alimentato al 100% da fonti rinnovabili entro il 2045, e dovrebbe provare a farlo prima. Non è più una scelta tra tante: è una priorità economica, sociale, industriale e geopolitica che nessun governo può permettersi di rinviare. Lo impongono i dati sul clima, che descrivono un sistema non più in lento peggioramento ma vicino a soglie oltre le quali precipita in una condizione diversa e non reversibile.

Il 2024 è stato l'anno più caldo mai registrato, con +1,60 °C rispetto all'era preindustriale. Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono i più caldi mai misurati, e la media del triennio 2023-2025 ha superato per la prima volta la soglia di 1,5 °C fissata a Parigi. Nel giugno 2025 il 62% del Mediterraneo, il nostro mare, è stato colpito da ondate di calore marine forti o estreme.

Il Global Tipping Points Report 2025 conclude che le barriere coralline tropicali hanno già superato la prima soglia di cambiamento irreversibile, e che una ventina di altri sistemi, dall'Amazzonia alla circolazione atlantica, si avvicinano a soglie analoghe. Come ha detto la ricercatrice Ariaan Purich della Monash University, «non è un problema futuro, è un problema attuale». Anche l'economia paga il conto: nel 2025 i disastri naturali hanno causato danni per circa 224 miliardi di dollari.

Un tunnel geopolitico pericoloso

Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Le condizioni internazionali sono entrate in un tunnel pericoloso per l'economia globale, fatto di guerre, rotte di approvvigionamento contese e prezzi dell'energia sempre più volatili. I più esposti sono i paesi che importano gran parte dell'energia che consumano. L'Italia e l'Europa sono in prima fila.

La dipendenza dai combustibili fossili trasferisce reddito verso i paesi produttori, alimenta conflitti per il controllo di giacimenti e rotte e scarica ogni shock sulle famiglie e sulle imprese più fragili. Il sociologo Ulrich Beck aveva descritto la modernità industriale avanzata come una società del rischio, in cui le crisi non restano confinate dove nascono ma si propagano e si intrecciano, al punto che «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Oggi quell'effetto domino è sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda.

Le rinnovabili cambiano la natura della vulnerabilità: da un combustibile da comprare ogni giorno sui mercati internazionali a un'infrastruttura durevole, alimentata da risorse nazionali. Il sole e il vento non si esauriscono e non si possono mettere sotto embargo. È questa la vera sovranità energetica, non l'autarchia.

La lezione della Germania

Il 23 settembre 2026 il governo tedesco ha presentato una tabella di marcia per abbandonare petrolio, carbone e gas in energia, industria, edilizia e trasporti entro il 2045. La quota di rinnovabili nella produzione elettrica dovrà salire dal 55% all'80% già entro il 2030, con altri 12 GW di eolico a terra e 215 GW di solare. L'uscita dal carbone è confermata al 2038, con la possibilità di anticiparla al 2035. Dopo Francia e Paesi Bassi, la Germania è il terzo paese europeo a dotarsi di un piano nazionale di questo tipo.

La scelta della principale economia europea interroga direttamente l'Italia, se ancora ce ne fosse bisogno. Berlino non accelera per idealismo: accelera perché ha capito che la competitività industriale dei prossimi decenni si giocherà sul costo e sulla sicurezza dell'energia pulita. Chi produrrà elettricità rinnovabile a basso costo attirerà le fabbriche, i centri di ricerca e le filiere tecnologiche del futuro. Chi resta legato alle fonti fossili importate pagherà di più e conterà di meno.

Anche l'Europa va in questa direzione: la nuova Legge sul clima, approvata il 5 febbraio 2026, fissa il taglio del 90% delle emissioni nette entro il 2040.

L'Italia frenata dalle fossili

L'Italia, invece, continua ad accodarsi a politiche centrate su gas e petrolio. Pesa la forte influenza degli interessi petroliferi, a partire dall'azienda a controllo pubblico ENI, che orienta ancora le scelte strategiche del paese verso nuove infrastrutture fossili. È una scommessa sul passato. Il rischio è restare indietro nell'intero comparto industriale, nella ricerca e nell'innovazione di processo e di prodotto.

I numeri mostrano il ritardo. Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41% del consumo elettrico italiano. Solare ed eolico hanno raggiunto 57 gigawatt installati, contro i 107,3 previsti al 2030 dal Piano nazionale per l'energia e il clima. Eppure l'Italia ha uno dei potenziali solari ed eolici più alti del continente.

C'è anche una questione di giustizia verso chi verrà dopo. La riforma dell'articolo 9 della Costituzione tutela l'ambiente anche nell'interesse delle future generazioni. È il principio che il filosofo Hans Jonas aveva formulato come un nuovo imperativo: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla terra». Una politica energetica che rinvia la transizione per difendere le rendite fossili non rispetta questo principio.

Il percorso: un Piano 100% rinnovabile al 2045

L'Italia ha bisogno di un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, esteso all'intero sistema energetico: elettricità, calore, trasporti, industria e agricoltura. Deve poggiare su una misura verificabile, la copertura rinnovabile dei consumi finali, con un controllo ora per ora che il sistema regga la domanda.

Il Piano si regge su cinque leve, da usare insieme:

  1. Consumare meglio: riqualificare gli edifici, diffondere le pompe di calore, rendere efficienti i processi industriali e potenziare la mobilità collettiva.

  2. Elettrificare: sostituire gli usi fossili con elettricità rinnovabile, riservando idrogeno verde e biocombustibili agli usi più difficili.

  3. Produrre sul territorio: fotovoltaico, agrivoltaico, eolico a terra e in mare, compatibili con paesaggio e comunità locali.

  4. Rendere flessibile il sistema: reti digitali, batterie, pompaggi, interconnessioni e accumuli stagionali.

  5. Governare la transizione: autorizzazioni con tempi certi, partecipazione locale, missioni pubbliche vincolanti per ENEL, ENI ed ENEA e un fondo nazionale dedicato.

Il cammino si divide in tre fasi. Tra il 2027 e il 2029 si sbloccano le autorizzazioni, si recupera il ritardo sugli obiettivi 2030, si avviano le filiere industriali di batterie, elettrolizzatori, cavi e inverter e si proteggono le famiglie vulnerabili. Tra il 2030 e il 2035 si scala: espansione massiccia di solare ed eolico, pompe di calore, mobilità elettrica e primi corridoi industriali a idrogeno verde. Tra il 2036 e il 2045 si chiudono gli usi fossili residui e si verifica la tenuta del sistema su più anni.

Ogni fase va verificata prima di passare alla successiva. Se le verifiche lo consentono, il traguardo va anticipato: ogni anno guadagnato vale importazioni evitate, aria più pulita e bollette più leggere.

Un asse strategico per il Paese

Dotarsi di un piano al 2045 non può restare un capitolo tecnico della politica energetica. Deve diventare il punto qualificante della strategia del Paese: energetica, certo, ma anche economica e sociale. È dal modo in cui produciamo e usiamo l'energia che dipendono il costo della vita delle famiglie, la competitività delle imprese, la qualità del lavoro e la salute dei territori.

Per questo il Piano è prima di tutto uno strumento di giustizia sociale e ambientale. Gli effetti dell'inquinamento, degli eventi estremi e della povertà energetica colpiscono per primi i più vulnerabili, come ricorda il principio di uguaglianza sostanziale dell'articolo 3 della Costituzione. Una transizione ben governata può invertire questa tendenza: bollette più basse, case più sane, lavoro qualificato distribuito anche nel Mezzogiorno e nelle aree interne, comunità energetiche che restituiscono valore ai territori.

Un asse strategico di questa portata chiede una scelta politica chiara. In vista delle prossime elezioni politiche, tutte le forze in campo dovrebbero confrontarsi apertamente sul Piano 100% rinnovabile al 2045 e prendere posizione: con quali obiettivi, quali tappe, quali risorse e quale ruolo per le grandi aziende energetiche pubbliche. Lo stesso vale per eventuali primarie, che possono essere il primo banco di prova. Gli elettori hanno il diritto di sapere chi intende guidare il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare.

Una scelta che conviene

La transizione non è un costo da sopportare. I benefici in importazioni evitate, salute pubblica e lavoro qualificato superano largamente i costi, mentre il rischio climatico non gestito diventa esso stesso un rischio per il debito sovrano. Un pozzo di petrolio si esaurisce; un impianto solare o eolico produce per trenta o quarant'anni con costi marginali vicini allo zero, e più la tecnologia si diffonde, più i costi scendono.

L'economista Amartya Sen ha scritto che lo sviluppo è «un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani». Una transizione che riduce la povertà energetica, rigenera i territori e distribuisce lavoro in modo più equo è sviluppo in questo senso pieno. Se l'Italia la realizzerà con decisione, il suo esempio potrà essere imitato e innescare un circolo virtuoso opposto all'effetto domino delle crisi di oggi. Il tempo per decidere, però, si sta esaurendo.

Aurelio Angelini, Coord. naz. MOVIMENTO ECOLOGISTA

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